The Hunt (2013) di Andrew Fukuda
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The Hunt

Recensione

The Hunt (2012) è uno di quei libri strani e particolari che riescono a sovvertire le regole del genere a cui appartengono. Pur essendo stato classificato come uno young adult con tratti romance, infatti, sarebbe più appropriato definirlo un romanzo sperimentale e innovativo, di difficile classificazione.

Un po’ horror, un po’ fantascientifico e molto distopico, il romanzo di Andrew Fukuda sa stupire e, grazie alla scarsa presenza di amore romantico, può essere facilmente letto e apprezzato un pubblico sia femminile che maschile.

Non mi sento di consigliare il romanzo ai più teneri di cuore o a chi cerca una passionale storia d’amore, perché Fukuda ha lesinato sul classico sentimentalismo per concentrarsi su altri aspetti, non meno interessanti.

Sinceramente mi aspettavo un romanzo un po’ più dinamico e meno statico, ma comunque quella di The Hunt è stata una piacevole e originale lettura.

Immaginate un mondo in cui gli esseri umani, in questo romanzo chiamati Eminidi (un macabro gioco di parole per sottolineare la fissazione ‘ematica’ dei vampiri) sono in via d’estinzione e in cui la specie dominante è quella dei vampiri, meglio conosciuti come Gente. Se state già tremando al pensiero di trovarvi al cospetto dei soliti vampiri pappe molli, state tranquilli: la Gente è diversa da tutto ciò che avete letto fino a ora.

I vampiri di Fukuda sono esteticamente simili agli esseri umani e conducono una vita non dissimile dalla nostra, eppure sono creature prive di qualunque umanità. Non ridono, non sudano, hanno i recettori del piacere sulle braccia (quando sono divertiti si grattano il polso e quando fanno sesso… be’ vedrete), dormono appesi al soffitto, sbavano incessantemente quando sono eccitati e mangiano gli esseri umani appena ne avvertono la presenza.

Come può sopravvivere un Eminide in un mondo dominato dalla Gente senza essere mangiato vivo?

Ce lo insegna Gene, il protagonista del romanzo, nonché Eminide sotto copertura. Con una singolare routine quotidiana riesce a nascondere la propria natura, per cui tra l’altro nutre una certa vergogna. A diciassette anni lui odia essere diverso. L’essere un Eminide non gli ha portato mai nulla di buono: ha perso la sua famiglia restando solo al mondo, deve nascondersi e rifuggire ogni possibile interazione amorosa/amichevole, non può essere sé stesso. Pur odiando ciò che è, Gene è riuscito comunque a non essere scoperto e a condurre un’esistenza non del tutto miserabile. Almeno fino a quando non viene estratto per prender parte alla Caccia agli Eminidi.

Mi aspettavo che The Hunt fosse un romanzo incentrato sulla crudele Caccia, un grande evento mediatico in stile Hunger Games in cui la Gente divora un gruppo di uomini sprovveduti. Non è stato così; anzi, della Caccia c’è ben poco, a dirla tutta.

Di cosa parlerà, questo romanzo, allora? Be’, di tutto il resto. Della difficoltà di essere umano in un modo pronto a divorarti, della necessità di provare ribrezzo per la propria natura quando tutti quelli che ti stanno attorno sono diversi, del bisogno di interagire con qualcuno che possa comprenderti.

Strano, ma vero, The Hunt ha un che del romanzo di formazione, in effetti. Il protagonista cresce e affronta la propria natura, il proprio destino, i propri nemici. Sceglie da che parte stare, per quali ideali lottare e scopre, con sua somma sorpresa, di non essere poi tanto solo.

La scrittura di Fukuda è divertente e brillante e, nonostante alcuni buchi narrativi (come è possibile che una femmina di Eminide in incognito non sia stata scoperta, nonostante le implicazioni dell’essere una donna adolescente? Basti pensare al ciclo della vita…), ci sono dei veri e propri colpi di genio narrativi in The Hunt.

Certo, il romanzo è un po’ troppo statico e spesso l’azione è ridotta all’osso, ma sul finale i colpi di scena non sono pochi e lasciano ben sperare per un bel seguito!

si ringrazia Atelier dei Libri

Anteprima testo

Prologo

Una volta eravamo di più. Ne sono certo. Non abbastanza da riempire uno stadio, forse neppure un cinema, ma sicuramente più di quanti siamo oggi. La verità è che non credo rimanga nessuno. A parte me. Succede, quando sei una prelibatezza. Quando ti vogliono a tutti i costi. Finisce che ti estingui.

Undici anni fa ne scoprirono uno nella mia scuola. Era una bambina al primo giorno d’asilo. La sbranarono quasi subito. Cosa credeva? Forse l’improvvisa (perché è sempre improvvisa) solitudine di casa l’aveva spinta a scuola con l’idea distorta di trovarvi compagnia. L’insegnante disse che era l’ora del pisolino, e la bimbetta rimase lì da sola, aggrappata al suo orsacchiotto, mentre i compagni con un balzo erano già a testa in giù sul soffitto. A quel punto per lei era finita. Finita. Tanto valeva sfilarsi le zanne fasulle e consegnarsi direttamente all’inevitabile banchetto. I suoi compagni la fissarono dall’alto con gli occhi sgranati: Ehilà, cos’abbiamo qui? Lei cominciò a piangere a calde lacrime, mi dicono. L’insegnante fu la prima a raggiungerla.

È dopo l’asilo, quando non c’è più obbligo di sonnellini, è allora che ti fai vedere a scuola. Anche se puoi sempre essere colto di sorpresa. Una volta, il mio allenatore di nuoto era così inferocito per l’apatica prestazione della squadra in una gara tra istituti che ci obbligò tutti a schiacciare un pisolino nello spogliatoio. Voleva solo chiarirci il punto, naturalmente, ma quel punto per poco non mi fece fuori. Tra l’altro, il nuoto è perfetto, ma non praticate altri sport se potete evitarlo. Perché il sudore è un indizio rivelatore. Il sudore viene quando ci surriscaldiamo: coliamo acqua come un bambino quando sbava.

Disgustoso, lo so. Tutti gli Altri rimangono freschi, puliti e asciutti. Io? Io sembro un rubinetto che perde. Perciò scordatevi la corsa campestre, il tennis, persino i tornei di scacchi. Il nuoto va benissimo, invece, perché nasconde il sudore.

Questa è solo una delle regole. Ce ne sono molte altre, e mio padre me le ha inculcate fin dalla nascita. Mai sorridere o ridere o ridacchiare, mai piangere o farsi venire le lacrime agli occhi. Mantenere sempre un’espressione distaccata, quasi stoica, perché le uniche emozioni che affiorano sui volti della Gente sono la fame di Eminidi e la sete di sesso, e ovviamente io non devo avere nulla a che fare con nessuna delle due. Mai dimenticare di spalmarsi burro in abbondanza su tutto il corpo quando ci si avventura fuori durante il giorno. Perché, in un mondo così, è difficile spiegare una scottatura, o anche una semplice abbronzatura. Le regole sono tantissime, abbastanza per riempirci un quaderno. Non che mi sia mai venuta voglia di scriverle. Farsi beccare con un “regolamento” sarebbe incriminante quanto scottarsi al sole.

E poi mio padre mi ricordava le regole ogni giorno. Mentre il sole tramontava sulla nostra colazione, me ne ripeteva alcune.

Tipo: non farti degli amici; non addormentarti senza volere in classe (le lezioni noiose e i lunghi tragitti in bus costituivano un grosso pericolo); non schiarirti la voce; non strafare agli esami, anche se sono un insulto per la tua intelligenza; non permettere alla tua bellezza di avere la meglio; per quanto le ragazze possano volersi gettare tra le tue braccia, non cedere mai a quella tentazione. Perché devi sempre ricordare che la tua avvenenza è una disgrazia, non una benedizione. Non dimenticarlo mai. E, nell’enunciare tutto questo, dava una rapida occhiata alle mie unghie, per accertarsi che non fossero rotte o scheggiate. Ormai le regole hanno messo radici così profonde dentro di me da aver assunto l’inevitabilità delle leggi di natura. Non sono mai stato tentato di infrangerle.

Salvo una. Quando cominciai a prendere lo scuolabus a cavalli, mio padre mi vietò di voltarmi a salutarlo. Perché la Gente non lo fa mai. Quella fu una regola molto dura per me, all’inizio. Nelle prime notti di scuola, quando salivo sul bus, mi servivano tutte le mie energie per rimanere immobile, senza girarmi indietro e agitare la mano in segno di saluto. Era come un riflesso, una tosse incontrollabile. In più, allora ero solo un bambino, il che rendeva tutto doppiamente difficile.

Infransi quella regola solo una volta, sette anni fa. Fu la notte in cui mio padre entrò in casa barcollando, i vestiti in disordine come se avesse partecipato a una rissa, il collo perforato. Si era distratto, aveva avuto un attimo di disattenzione, e ora sul suo collo spiccavano due solchi netti. Il sudore gli scorreva sul viso, macchiandogli la camicia. Si capiva che lo sapeva già. L’espressione disperata dei suoi occhi, il panico che montava dalle sue braccia mentre mi afferrava stretto. «Ora sei solo, figlio mio», disse attraverso le mascelle serrate, gli spasmi che cominciavano a guizzargli in tutto il petto. Qualche minuto dopo, scosso dai brividi, con il viso ormai terribilmente freddo al tatto, si alzò in piedi. Corse fuori, nella luce dell’alba. Io chiusi a chiave la porta come mi aveva ordinato di fare e mi precipitai nella mia camera. Affondai la faccia nel cuscino e urlai, ancora e ancora. Sapevo cosa stava facendo in quel momento: correva il più lontano possibile da casa prima di trasformarsi e prima che i raggi del sole si tramutassero in cascate di acido che gli corrodevano i capelli, i muscoli, le ossa, i reni, i polmoni, il cuore.

La notte seguente, quando lo scuolabus si fermò davanti a casa mia tra gli sbuffi di vapore esalati dalle narici larghe e umide dei cavalli, infransi la regola. Non seppi trattenermi: mi voltai nel salire. Ma a quel punto non aveva importanza. Il vialetto era deserto nel buio sorgere della notte. Mio padre non era là. Non allora, non più.

Mio padre aveva ragione. Quel giorno rimasi solo. Una volta eravamo in quattro, in famiglia, ma era tanto tempo fa. Poi restammo soltanto mio padre e io, e mi bastò. Sentii la mancanza di mia madre e mia sorella, ma ero troppo piccolo per aver sviluppato un reale attaccamento nei loro confronti. Sono forme vaghe nella mia memoria. A volte, però, anche adesso, sento la voce di una donna che canta e la cosa mi coglie sempre di sorpresa. La sento e penso: La mamma ha davvero una bella voce. Mio padre, invece. A lui mancarono terribilmente. Non lo vidi mai piangere, neppure dopo che fummo costretti a bruciare tutte le foto e i quaderni. Ma mi svegliavo nel cuore del giorno e lo trovavo a guardare fuori dalle serrande aperte della finestra, un raggio di sole che gli ricadeva sul viso gonfio e le larghe spalle sussultanti.

Mio padre mi aveva preparato a essere solo. Sapeva che prima o poi quel giorno sarebbe arrivato, anche se penso che nel profondo credesse che sarebbe stato lui, l’ultimo, non io. Ha passato anni a instillarmi le regole perché le conoscessi meglio di me stesso. Persino ora, quando al crepuscolo mi preparo per la scuola eseguendo quel complesso procedimento che comporta lavarmi, limarmi le unghie, radermi le braccia e le gambe (e ultimamente anche alcuni peli sul petto), spalmarmi di unguento (per mascherare l’odore) e lucidare le mie zanne false, sento la sua voce nella testa che ripete le regole.

Come oggi. Proprio mentre mi sto infilando i calzini, sento la sua voce. I soliti avvertimenti: Non andare a dormire da altri; non canticchiare e non fischiettare. Ma poi sento quella regola che enunciava forse una volta o due l’anno. Così di rado che magari non era nemmeno una regola ma qualcos’altro, tipo una norma di vita. Non dimenticare mai chi sei. Non ho mai saputo perché mio padre dicesse una cosa del genere. Perché è un po’ come dire che non bisogna dimenticare che l’acqua è bagnata, il sole è splendente, la neve è fredda. È superfluo. Non ho alcuna possibilità di dimenticare chi sono. Me lo ricordo in ogni istante di ogni giorno. Tutte le volte che mi rado le gambe o trattengo uno starnuto o soffoco una risata o fingo di sobbalzare davanti a un’isolata lama di luce, mi ricordo chi sono.

Un essere fasullo.

1

La lotteria degli Eminidi

Quest’anno ho compiuto diciassette anni, perciò non sono più obbligato a viaggiare sullo scuolabus. Adesso vado a piedi, e con piacere. I cavalli — colossali bestie dal mantello scuro, un tempo estremamente diffuse per la loro capacità di scovare la selvaggina ma oggi relegate al traino di carrozze e bus — sono in grado di sentire il mio odore insolito. Più di una volta hanno girato di scatto il naso nella mia direzione, identificandomi, le froge dilatate in una specie di umido urlo silenzioso. Preferisco di gran lunga la solitudine di una camminata sotto il cielo del crepuscolo che imbrunisce a poco a poco.

Esco di casa presto, come ogni sera. Quando arrivo a varcare i cancelli della scuola, studenti e insegnanti stanno già riversandosi dentro a cavallo o in carrozza, sagome grigie nella fitta oscurità.

È nuvoloso, stanotte, e particolarmente buio. “Buio” è il termine che usava mio padre per descrivere le ore notturne, quando tutto viene avvolto dalle tenebre. L’oscurità mi fa strizzare gli occhi, motivo per cui è tanto pericolosa. Gli Altri strizzano gli occhi solo quando mangiano qualcosa di aspro o sentono la puzza di qualcosa di putrefatto. Nessuno strizza gli occhi solo perché è buio: è un gesto che può tradirmi, quindi non permetto che neppure una sola ruga mi increspi la fronte. A ogni lezione, siedo vicino alle lampade al mercurio che emanano un vaghissimo accenno di luce (in effetti, quasi tutti preferiscono il buio grigiastro all’oscurità totale). Questo riduce il rischio di un’involontaria strizzata d’occhi. In generale, la Gente odia sedersi vicino alle lampade — troppo bagliore — perciò io trovo sempre un posto.

Io odio anche essere interrogato. Sono sopravvissuto mimetizzandomi, sviando l’attenzione. Essere interrogato punta i riflettori esclusivamente su di me. Come stamattina, quando mi ha chiamato l’insegnante di trigonometria. Lui ci interroga più di chiunque altro, ed ecco il motivo per cui lo detesto. In più, scrive a caratteri microscopici, e i suoi confusi scarabocchi sono quasi impossibili da scorgere in quella semioscurità.

«Be’, H6? Cosa ne pensi?»

H6 è la mia classificazione. Sono nella fila H, al posto 6, da cui la mia classificazione. Che varia a seconda di dove mi trovo. A educazione civica, per esempio, mi conoscono come D4. «Le dispiace se passo la mano?», dico.

Mi fissa perplesso. «In effetti sì. È la seconda volta in una settimana che lo chiedi.»

Guardo la lavagna. «Non so cosa rispondere.» Mi trattengo dal cercare di decifrare i numeri scritti là sopra, temendo che potrei strizzare gli occhi senza volere.

Lui socchiude le palpebre. «No, no, questo non lo accetto. So che conosci la risposta. Prendi sempre i voti più alti agli esami. Puoi risolvere questa equazione anche nel sonno.»

Adesso ci sono degli studenti che si voltano a guardarmi. Solo alcuni, ma abbastanza per rendermi nervoso. Tra loro, la persona che siede davanti a me, Ashley June. In realtà, a questa lezione la sua classificazione è G6, ma nella mia testa l’ho sempre chiamata Ashley June. E così è rimasta dalla prima volta che l’ho vista, anni fa.

Si gira e mi guarda con i suoi splendidi occhi verdi. Sembrano capire, come se alla fine ci fosse arrivata: al fatto che, alle sue spalle, ho spesso contemplato con desiderio la sua sontuosa chioma color rame (un colore magnifico, abbagliante!), ricordando nostalgico quella sensazione di seta tra le mani che avevo provato tante lune prima. Sostiene il mio sguardo, e la sorpresa le si accende negli occhi nel vedere che io non distolgo i miei come faccio da anni, ormai. Da quando ho percepito il suo interesse per me, da quando ho sentito nel cuore l’attrazione che mi spinge verso di lei.

«H6?» L’insegnante comincia a picchiettare il gesso sulla lavagna. «Fa’ un tentativo, su.» Mi scruta. Sono uno degli studenti più in gamba della scuola, e lui lo sa. La verità è che potrei senza dubbio essere il migliore se volessi — ottengo buoni voti con una tale facilità che non devo neppure studiare —, ma tengo volontariamente un profilo più basso. Susciterei troppa attenzione, altrimenti. «Senti, proviamo a lavorarci insieme. Prima leggi solo la domanda.»

A un tratto, la situazione si è fatta difficile. Ma niente per cui farsi prendere dal panico. Ancora.

«Immagino che il mio cervello non sia del tutto sveglio.»

«Leggi la domanda e basta. Tutto qui.» Ora la sua voce ha una sfumatura di durezza.

Di colpo quel clima non mi piace per niente. L’insegnante sta cominciando a prenderla sul…

The Hunt - Copertina

Tit. originale: The Hunt

Anno: 2012

Autore: Andrew Fukuda

Ciclo: The Hunt #1

Edizione: Editrice Il Castoro (anno 2013)

Traduttore: Simona Brogli

Pagine: 304

ISBN-10: 8880336665

ISBN-13: 9788880336662

Dalla copertina | Non sudare. Non ridere. Non attirare l’attenzione. E soprattutto, qualunque cosa succeda, non innamorarti di una di Loro. Gene è diverso da tutti quelli che lo circondano. Non è in grado di correre come un fulmine, la luce del sole non lo ferisce, non ha un insaziabile desiderio di sangue. Gene è umano, e conosce le regole. La verità deve rimanere segreta. È l’unico modo per rimanere vivi in un mondo notturno — un mondo in cui gli umani sono considerati una prelibatezza e vengono cacciati senza tregua. Quando Gene è fra i prescelti che parteciperanno alla grande Caccia degli ultimi umani sopravvissuti, la sua vita di regole comincia a sgretolarsi — preso fra una ragazza che gli fa sentire cose che non aveva mai provato prima e uno spietato manipolo di cacciatori che sospettano sempre di più la verità sul suo conto. Ora che Gene ha finalmente trovato qualcosa per cui combattere, il suo desiderio di sopravvivere è più forte che mai. Quale tributo sarà costretto a pagare?

#1 – The Hunt

#2 – The Prey

#3 – The Trap