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The Punisher

The Punisher nei fumetti

Apparso per la prima volta nel febbraio del 1974, all’interno del numero 129 di The amazing Spider-Man, ‘the Punisher’ (il Punitore in italiano) è un personaggio atipico se raffrontato con la moltitudine di supereroi proposti, nel corso dei decenni, dalla Marvel. In primis, non nasce dalla fervida mente di Stan Lee, bensì da quelle di Gerry Conway e Ross Andru; inoltre non possiede superpoteri né dispone di avveniristiche tecnologie che possano identificarlo come un supereroe nel senso tradizionale del termine: potremmo quindi considerarlo alla stregua di un uomo comune.

Ex soldato ed ex poliziotto, Frank Castle (questo il suo vero nome), possiede una significativa conoscenza delle arti marziali e una variegata esperienza in fatto d’armi, ma è il suo carattere duro e intransigente che lo rende spietato nel perseguire i criminali, inflessibile innanzi alle ingiustizie.

In seguito alla perdita dei propri cari nel corso di una sparatoria a Central Park, accecato dal dolore e dalla sete di vendetta, Frank ha votato se stesso alla causa della giustizia ergendosi a suo violento esecutore. Un punitore metropolitano che, armato e fortemente determinato, agisce a volto scoperto senza esitazioni contro boss e criminali al fine di applicare quelle contromisure ed eseguire quelle condanne che la Legge, troppo spesso esercitata da corrotti e inetti, non è in grado di garantire.

Per certi versi, potremmo considerarlo una variante del Batman della DC Comics, ma con un retaggio decisamente meno patinato e facoltoso rispetto a quello di Bruce Wayne.

Nel corso delle storie di cui è stato protagonista, Frank Castle ha fronteggiato diversi criminali, legati a organizzazioni malavitose internazionali (mafia russa, yakuza, mafia irlandese, triade cinese…), ma anche bande di motociclisti, teppisti, stupratori, politici corrotti… la maggior parte dei quali ‘giustiziati’ – si parla infatti di quasi 2000 vittime in circa 30 anni di servizio del punitore –, motivo per cui la serie non prevede dei villain ricorrenti.

Inutile dire che, per la sua caratterizzazione, non lo si può identificare come un eroe: basta infatti l’enorme teschio bianco dipinto sulla tuta in kevlar rinforzato o sulle magliette (a seconda del periodo editoriale) che è solito indossare a far comprendere l’estremismo che incarna: un modo di praticare la giustizia che appare discutibile, e che, in alcune occasioni, gli ha attirato contro addirittura gli stessi supereroi di casa Marvel, come Devil o Capitan America, impegnati nel cercare di arginare la scia di sangue che egli lascia dietro di sé.

Nel corso degli anni, le gesta del Punitore, spesso ospitate all’interno di altre testate fumettistiche serializzate da Marvel, hanno saputo conquistare un discreto seguito di fan, i quali tuttavia, complici le storie proposte da autori non sempre concentrati sulla serializzazione dedicata e alcuni cambiamenti legati all’evoluzione del personaggio, non si sono dimostrati costanti e del tutto soddisfatti. Nel tentativo di invertire il declino del personaggio, durante la seconda metà degli anni Novanta la serie è quindi stata oggetto di ulteriori variazioni e di avvicendamenti al timone, sino all’estrema ratio di chiudere definitivamente la testata mettendo in cantiere l’esecuzione di Frank Castle dopo averlo reso un boss della malavita: in fondo, essendo un giustiziere che agisce al di là della legalità, c’era da aspettarsi che, prima o poi, venisse condannato dalla Legge.

Il successivo tentativo di riesumare il personaggio, in Purgatory, ideato da Chrisotpher Golden nel 1998, vira verso un contesto più fantastico, forse per cercare di far concorrenza a testate fumettistiche proposte dalla concorrenza, come ad esempio Spawn della Image, ma si è rivelato fallimentare.

A partire dal 2000, però, the Punisher è stato nuovamente ripreso e rielaborato grazie al lavoro di artisti quali Garth Ennis, apprezzato autore di opere quali Preacher, Hitman e Hellblazer, e vincitore di alcuni premi tra cui un Eisner Award nel 1998, e Steve Dillon, disegnatore britannico già al fianco di Ennis in Hellblazer e Preacher.

In seguito a un restyling grafico – è in questo periodo che la tuta in kevlar verrà sostituita da una più pratica t-shirt scura – e a una più approfondita caratterizzazione del personaggio, tesa a umanizzarlo, il Punitore viene proposto al pubblico con storie decisamente più mature e accattivanti, rilanciando il personaggio e ottenendo un discreto consenso che perdura ancor oggi.

Forte di questo rinnovato interesse per la serie e di buoni indici di vendita, nel 2004 Marvel si è impegnata nella trasposizione cinematografica del personaggio, come già avvenuto per altri protagonisti dei comics.

The Punisher al cinema

In realtà, un primo adattamento per il mondo del cinema risale al 1989, con il film diretto da Mark Goldblatt e interpretato dal granitico Dolph Lundgren. L’opera, a dire il vero soltanto vagamente ispirata a The Punisher, si rivelò però un fiasco, registrando recensioni e commenti negativi sia da parte del pubblico che della critica specializzata, tanto che, dopo un’iniziale distribuzione nelle sale cinematografiche, venne relegato al mercato home-video. Addirittura in Italia ne venne cambiato il titolo in Il Vendicatore, per evitare impietosi confronti con l’opera fumettistica.

Quindici anni dopo, sull’onda del rilancio dopo la ‘cura Ennis’, è stata realizzata una nuova trasposizione affidando il progetto alla regia di Jonathan Hensleigh, già autore e sceneggiatore in opere quali Jumanji, Die Hard – Duri a morire e Armageddon – Giudizio finale. Questa volta il film si dimostra più in linea col personaggio, anche sul fronte estetico, proponendo una storia originale che narra le origini del vendicatore Marvel. Nonostante l’opera non si riveli certo un capolavoro cinematografico e presenti svariate differenze rispetto al fumetto, ha comunque saputo ottenere incassi incoraggianti.

La storia proposta è ambientata a Tampa, in Florida. Nel corso di un’operazione di polizia coordinata dall’agente Frank Castle, impersonato da un energico Thomas Jane (L’acchiappasogni, The Mist, Mutant Chronicles), rimangono uccisi alcuni criminali coinvolti nel traffico illegale di armi. Tra questi vi è anche Bobby, figlio di un potente boss Howard Saint, il quale, scoperto il responsabile dell’uccisione, ordina vendetta. I sicari sguinzagliati rintracciano Castle presso un villaggio a Porto Rico, gli uccidono moglie e figlio, e infine sparano anche a lui, dandolo poi per morto. Ma Frank si rivela un tipo coriaceo e, sopravvissuto all’esecuzione, dopo essersi ripreso torna in scena per cercare a sua volta vendetta.

La trama è in linea con quella tipica del genere d’azione, dinamica e fracassona, senza sequenze introspettive, sballottata tra sparatorie o combattimenti corpo a corpo con cui il protagonista si sbarazzerà uno dopo l’altro di tutti i sicari che gli si presenteranno innanzi.

Tutto troppo semplice e immediato, decisamente poco convincente. L’armamentario di cui Frank dispone è a dir poco eccessivo, così come la quasi imbarazzanti la facilità con cui riesce a prevedere le mosse di Howard Saint (interpretato da un qui mediocre John Travolta), e a sbaragliare tutti i suoi piani, addirittura instillando in quest’ultimo il sospetto di una tresca tra la giovane consorte, Livia, (una splendida Laura Harring, già interprete per David Lynch in Mulholland Drive) e il suo braccio destro, Quentin Glass (Will Patton, presente in Armageddon – Giudizio finale, L’uomo del giorno dopo, Entrapment), fedele servitore da almeno vent’anni. E omosessuale.

Con molte lacune dal punto di vista della sceneggiatura, il film si concentra soprattutto sul personaggio di Frank Castle, tratteggiandolo come un uomo solitario, laconico, disperato, senza più nulla per cui vivere e nulla da perdere. Motivo per cui l’accanirsi contro la famiglia Saint diviene per lui una vera e propria ossessione, una missione. Egli è quindi un uomo tormentato che non concepisce altro che il dolore per le perdite subite e la volontà di vendetta.

Ciononostante, la sua figura sembra possedere un discutibile effetto rassicurante per gli ultimi della società, disadattati che abitano nella medesima palazzina nella quale egli si rifugia. Ma, mentre costoro fuggono dalla società e da problemi personali, l’ex poliziotto affronta tutto a viso aperto, rispondendo con violenza e brutalità a ogni sopraffazione. Frank appare inoltre totalmente asservito alla propria vocazione di punitore, tanto che quasi rifiuta il presente, negando a se stesso la possibilità di una vita normale, magari assieme alla splendida Joan (impersonata da Rebecca Romijn, la conturbante Mystica della saga di X-Men). Di tutto il suo mondo, quello che per lui contava, restano solo i ricordi, un nero e cupo fardello, un lutto inestinguibile sullo sfondo del quale brilla solo la promessa di morte per chi è colpevole, come simboleggia la maglietta scura con disegnato un teschio bianco, dono del figlioletto, che Frank sceglie di indossare come stendardo.

Appare quindi tratteggiato il lato scomodo del personaggio, un anti-eroe che a fatica si distingue dai criminali che persegue, non esitando a infliggere loro dolore o a ucciderli, e non senza provare una punta di soddisfazione. Se il film ha un pregio, è quindi probabilmente questo, l’essere riuscito a rendere almeno una parte del fascino che il Punitore possiede, a metà tra giustiziere e criminale.

Nel complesso, tuttavia, la pellicola si dimostra poco significativa, tutta votata all’azione e agli scontri fisici più che a trasporre davvero su grande schermo storie, personaggi e ambientazione di un fumetto discretamente conosciuto; e, in effetti, l’impressione globale non è certo quella di assistere a un live-action come gli altri prodotti da Marvel Studios. L’assenza di effetti speciali spettacolari, di ritrovati tecnologici o di costumi sgargianti fa sembrare The Punisher un ordinario film d’azione, e, forse per questo, più facilmente fruibile anche da parte di quegli spettatori non particolarmente pratici di fumetti americani.