The Shadow Program
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The Shadow Program

Una minaccia incombe sull’umanità, in un imprecisato prossimo futuro oppure in un presente alternativo: un misterioso virus intacca il DNA degli individui colpiti e provoca una vera e propria metamorfosi. Nei soggetti contagiati, la carne imputridisce scavando volti mostruosi.

Ben pochi sono al corrente della contaminazione, dei suoi devastanti effetti. Nonostante i mezzi avveniristici impiegati, le armi sofisticate e il tempismo nell’intervenire, ogni speranza di fermare la diffusione del virus pare vana…

The Shadow Program è un “corto” che, pur esprimendosi con un linguaggio decisamente contemporaneo derivato dai clip musicali e dai videogiochi d’avventura, richiama sia i B-Movies, sia i Classici della Fantascienza. Non a caso l’uomo “esaminato” porta il nome di Edward J. Wood, come l’omonimo regista, mentre alcune sequenze splatter sembrano dirette debitrici di STUART GORDON e del suo Reanimator. Tornano in mente anche La Cosa e le (dis)avventure del Dottor Quatermass alle prese con contagi d’origine aliena, oltre alle varie pellicole sui morti viventi.

Negli anni Sessanta, tuttavia, imperava l’ottimismo: l’umanità affrontava terribili mostri o fenomeni straordinari a cui la scienza poteva dare sempre una spiegazione – per quanto improbabile –, e sui quali aveva la meglio, anche se a caro prezzo. Oggi regna un diffuso pessimismo, lo stesso che affligge lo scienziato protagonista. Il dialogo conclusivo ribadisce il cambio di prospettiva, sottolineato dalla triste risata in risposta al sogno di poter sconfiggere il contagio e passare alla storia.

Il cortometraggio propone una vicenda tradizionale, interpretata secondo un modo di sentire postmoderno. L’uomo lotta per la sopravvivenza proprio come tutte le altre creature, e, quanto più è consapevole, tanto più si sente indifeso e inadeguato.

Trattandosi di una produzione relativamente a basso costo, è comprensibile che gli effetti speciali siano realizzati in economia; vengono però impiegati in modo appropriato e coerente con le atmosfere della vicenda.

La regia non si prende mai troppo sul serio e introduce dettagli ironici, come il serio professionista, contaminato, assente dal lavoro perché impegnato a prendere il sole, e spiato attraverso una paperella di gomma; oppure la di lui segretaria, indaffarata a sbirciare una rivista con bodybuilder in costume adamitico; o la carrozzina armata di fucili laser, e il mostro stesso, uomo dalla testa di polpo…

I set hanno il sapore delle più autentiche produzioni amatoriali, sebbene il montaggio sia tutt’altro che ingenuo: concede poco agli indugi dei film fatti in casa, è serrato, ha un ritmo degno delle produzioni destinate alle sale.

Particolarmente azzeccato è l’uso di sequenze che si affiancano all’interno dello stesso fotogramma, un po’ come avviene in Amnesia di GABRIELE SALVATORES. In The Shadow Program la trovata permette di economizzare sia sulla lunghezza del filmato, sia sugli effetti speciali – necessari ma altrimenti improponibili –, sia sul dialogo; esso è scarno ed essenziale: tanta sobrietà si rivela un pregio, poiché evita spiegazioni ingenue o ridicole. Alla curiosità dello spettatore è lasciato in risposta il silenzio, il pulsare delle apparecchiature, ed un senso di ineluttabilità, espresso in silenzi, in spiegazioni richieste e non concesse.