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There will come Soft Rains

Negli anni Trenta, una poesia scritta da Sara Teasdale. Nel 1950 un racconto tratto da Cronache Marziane, di Ray Bradbury. Nel 1984, un cortometraggio di animazione sovietico diretto da Nazim Tulyakhodzhayev.

Ad unirli un titolo, “There Will Come Soft Rains”, e un denominatore comune: l’idea di una Terra dopo la scomparsa dell’uomo.

IL RACCONTO

Scritto nel tono lieve e ironico di Bradbury, questo capitolo di Cronache Marziane è ambientato in un futuro nel quale l’uomo ha concluso il proprio viaggio. All’alba del 4 agosto 2026, la città di Allendale in California è stata spazzata via dalla guerra atomica, ma una Casa Meccanica − perfettamente automatizzata − gestisce minuto per minuto le vite di una famiglia ormai scomparsa. Allegre filastrocche annunciano la sveglia del mattino, l’ora del lavoro e della scuola; elettrodomestici meccanici preparano la colazione, leggono poesie e ricordano le scadenze del giorno. Ciò che manca, l’autore lo rivela accompagnando il lettore di stanza in stanza, nel giardino deserto e dietro le pareti esterne, sulle quali degli antichi occupanti restano soltanto le sagome carbonizzate sul muro.

Un ambiente che sarebbe idilliaco, se non fosse per alcuni particolari che danno vita a una fiaba crudele “in cui gli dèi se ne sono andati e i riti della religione continuano, inutili e senza senso”. Spietata nella sua amabilità, questa novella di Bradbury è come ferro nel velluto: il tempo non ha fretta, la data della prima bomba atomica e quella della fine dell’umanità (il 5 agosto) si sfiorano “in un ultimo, titanico, istante”.

There Will Come Soft Rains

Nel salotto l’orologio canta: “Tic tac, sono le sette! Ora di alzarsi, ora di alzarsi, sono le sette!” Come se avesse paura di non essere ascoltato. La casa rimane deserta. L’orologio ticchetta ancora, ripete e ripete i suoi rumori nel vuoto. “Sette e diciotto, ora di colazione!” In cucina i fornelli sospirano sibilando e il forno spinge fuori dal proprio ventre infuocato otto fette di pane tostato alla perfezione, otto uova fritte e sedici fette di pancetta, due caffè e due bicchieri di latte fresco. “Oggi è il 4 Agosto 2026” dice una seconda voce dal soffitto, “nella città di Allendale, California.” Lo ripete tre volte, per sicurezza. “Oggi è il compleanno di Mr. Featherstone. Oggi è l’anniversario di matrimonio di Tilita. C’è da pagare l’assicurazione, e anche le bollette di acqua, gas e luce!”

Da qualche parte nel muro scattano relè elettrici, nastri mnemonici scorrono sotto attenti occhi elettronici. “Le otto, tic-tac, le otto in punto! Presto, a scuola! Presto, al lavoro! Sono le otto!”

Ma nessuna porta sbatte, nessun tappeto accoglie l’impronta morbida di suole gommate. Fuori piove, e la cassetta meteorologica canterella sommessa: “Pioggia, pioggia stai lontano, tutti con l’ombrello in mano…”

E la pioggia batte sulla casa vuota, come un’eco. Fuori, il garage trilla e apre il portellone mostrando la macchina in attesa. Aspetta a lungo, poi si richiude. Alle otto e mezzo le uova sono carbonizzate, e i toast duri come pietre. Un cuneo d’alluminio li raschia giù nel lavandino, un fiotto d’acqua calda li fa vorticare dentro una gola metallica che li sgretola; poi via, verso il lontano mare. I piatti sporchi vengono tuffati in un bagno bollente, da cui escono scintillanti e asciutti.

“Nove e un quarto” canta l’orologio “ora di pulizie!”

Topolini meccanici schizzano fuori da celle nel muro. Le stanze sono invase dai piccoli animaletti delle pulizie, tutti gomma e metallo: urtano contro le sedie, ruotando le loro rotelline baffute, pettinando le frange dei tappeti, succhiando gentili ogni granello di polvere nascosta. Sembrano invasori misteriosi, poi scompaiono nelle tane. I loro occhietti rosa si spengono. La casa è pulita.

Sono le dieci. Il sole spunta dopo la pioggia. La casa è sola in una città di macerie e cenere, l’unica ancora in piedi. Di notte, le rovine scintillano di luci radioattive visibili a miglia e miglia di distanza.

Dieci e un quarto! Gli irrigatori del giardino sprizzano fontanelle dorate, riempiendo la dolce aria mattutina di bagliori luminosi. L’acqua innaffia le finestre, scivolando sul lato carbonizzato a occidente, dove la casa non ha più traccia di vernice. L’intera parte ovest è nera, tranne in cinque punti: qui sembra dipinta la sagoma di un uomo e il suo tagliaerba. Qui, come una fotografia, una donna è chinata a raccogliere fiori. Poco più lontano – le loro immagini impresse a fuoco sul legno in un unico titanico istante − un bambino con le braccia alzate, una palla per aria e, di fronte, una ragazza: ha le mani protese verso quella palla, che non scenderà mai più. Le cinque macchie di vernice bianca – l’uomo, la donna, i bambini e la palla – sono rimasti. Il resto non è altro che un sottile strato di materia bruciata.

Il dolce getto di pioggia riempie il giardino con cascatelle di luce.

Finora la casa ha eseguito bene i suoi compiti. Con quanta sollecitudine ha chiesto “Chi è là? Qual è la parola d’ordine?” e, non avendo risposta da volpi solitarie o gatti piagnucolosi, ha serrato finestre e cortine con la preoccupazione di una vecchia zitella che preserva la propria sicurezza al limite della paranoia. A ogni rumore, la casa trema. Se un passero sfiora la finestra, la cortina scatta a chiudersi. L’uccello, terrorizzato, vola via! No, nemmeno un uccellino deve sfiorare la casa! La casa è un altare con diecimila servi, piccoli e grandi, servizievoli, tutti in coro.

Ma gli dèi se ne sono andati, e il rituale della religione continua, inutile e senza senso.

Mezzogiorno. Un cane guaisce sulla veranda, a lungo, rabbrividendo di febbre. La porta lo riconosce, e si apre. Il cane, un tempo grosso e ben pasciuto ma ora scheletrico e coperto di piaghe, entra e attraversa tutta la casa, lasciando impronte fangose. Dietro di lui, corrono topolini sdegnati, irritati per il fango e per una simile mancanza di riguardo. Perché nemmeno un minuscolo frammento di foglia può volare all’interno senza che il muro si apra e i topini di rame schizzino fuori: polvere maleducata, capelli o carta, catturati tra piccole fauci d’acciaio, vengono portati di corsa dentro la tana. Là, giù per i tubi che portano nello scantinato, sono gettati nella bocca sbuffante di un inceneritore, accucciato come il demone Baal in un angolo oscuro.

Il cane sale di corsa le scale, guaendo isterico a ogni porta, e realizza alla fine, così come la casa, che lì c’è solo silenzio. Fiuta l’aria e gratta alla porta della cucina. Dietro, il forno sta cuocendo frittelle che riempiono le stanze con gustosi aromi biscottati e profumo di sciroppo d’acero. Il cane sbava, sdraiato vicino alla porta, e annusa; i suoi occhi diventano di fiamma. Corre selvaggiamente in cerchio mordendosi la coda, gira frenetico e muore. È nel salotto da un’ora.

“Sono le due!” canta una voce. I topini avvertono infine l’odore di corruzione, e ronzano fuori con la leggerezza di foglie appassite in un vento elettrico.

Due e un quarto. Il cane non c’è più. Nella cantina, l’inceneritore all’improvviso brilla, e un mulinello di scintille sale su per il camino.

Due e trentacinque. Tavolini da bridge escono di scatto dalle pareti del patio. Carte da gioco atterrano sul tappeto in una pioggia di fiches. Appaiono dei Martini sopra una panca di quercia, con tramezzini di uova e insalata. La musica suona. Ma i tavoli restano silenziosi e le carte intonse. Alle quattro, si ripiegano come ali di farfalla dentro i pannelli del muro.

Quattro e mezzo. La nursery si illumina. Tanti animali prendono forma: giraffe gialle, leoni blu, antilopi rosa, pantere lilla che saltellano in una sostanza cristallina. Le pareti sono di vetro e mostrano scene di fantasie colorate. Pellicole nascoste scorrono su ingranaggi ben oliati, e i muri prendono vita. Il pavimento è stato tessuto in modo da somigliare a un ondulato campo di grano. Sopra, corrono scarafaggi d’alluminio e grilli metallici e, nell’aria ancora calda, farfalle di lieve tessuto rosso volteggiano immerse nell’odore pungente di tracce animali! Si ode il ronzio di un grosso alveare giallo all’interno di un mantice scuro, il brontolio pigro di un leone assonnato. E là c’è l’impronta di un okapi e il mormorio di fresca pioggia della giungla, e altre tracce impresse sopra l’erba inamidata dell’estate.

Ora i muri si dissolvono su enormi praterie, miglia e miglia, e su un caldo cielo senza fine. Gli animali corrono via tra felci spinose e pozze d’acqua. È l’ora dei bambini.

Le cinque. La vasca si riempie d’acqua, calda e pulita.

Le sei. Le sette. Le otto. I piatti della cena vengono manipolati come un gioco di prestigio, e nello studio si sente un click. Nello scaffale metallico di fronte al camino, dove ora arde un fuoco accogliente, salta fuori un sigaro con un centimetro di soffice cenere grigia, fumante, in attesa.

Le nove. Una voce parla dal soffitto: “Signora McClelland, che poesia desidera stasera?”

La casa è muta.

Alla fine, la voce dice: “Poiché non esprime alcuna preferenza, sceglierò una poesia a caso”. Una musica rilassante si unisce ad accompagnare la voce. “Sara Teasdale. La sua preferita, se ricordo bene.”

Verrà dolce la pioggia e l’odore del suolo
Le rondini in cerchio e lo stridere in volo
E le rane nei fossi la notte col canto
E i pruni di bosco in tremulo bianco.
Di fuoco piumato pettirossi abbigliati
Fischieranno capricci su bassi steccati.
Nessuno saprà,
Della guerra, nessuno
Avrà il minimo intuito che tutto è compiuto.
Né albero o uccello, nessuno di loro
Avrà un solo pensiero per la fine dell’uomo.
Anche Lei, Primavera, nell’alba nascente
Che noi siamo andati, sarà appena cosciente.

Il fuoco arde nel camino di pietra e il sigaro si è dissolto in un mucchietto di cenere nel posacenere. Le sedie vuote si guardano tra i muri silenziosi, e la musica continua a suonare.

Alle dieci la casa inizia a morire. Il vento soffia e il ramo di un albero caduto sfonda la finestra della cucina. Una bottiglia di smacchiatore si rovescia sulla stufa. La stanza avvampa in un istante!

“Al fuoco!” urla una voce. Le luci della casa si accendono, le pompe sparano acqua dai soffitti. Ma il solvente infuocato si sparge sul linoleum, leccando e mangiando, sotto la porta della cucina, mentre le voci ora sono un coro: “Al fuoco! Al fuoco! Al fuoco!”. La casa cerca di salvarsi. Le porte sbattono chiudendosi ermeticamente, ma le finestre s’infrangono per il calore e il vento risucchia in alto le fiamme.

La casa cede terreno man mano che dieci miliardi di fiammelle infuocate passano baldanzose di stanza in stanza e poi su per le scale. Topi antincendio schizzano fuori dalle tane, sparano la loro acqua e corrono via per prenderne ancora, e gli spruzzatori dei muri gettano docce di pioggia meccanica. Ma è troppo tardi. Da qualche parte una pompa singhiozza e si ferma. La pioggia meccanica cessa. La riserva idrica, che ha riempito vasche e lavato piatti per molti giorni tranquilli, è finita. Il fuoco crepita su per le scale. Al primo piano, divora quadri di Picasso e Matisse come prelibatezze, cuoce la carne oleosa, abbrustolisce le tele in croccanti trucioli neri.

Ora il fuoco si stende sui letti, si affaccia alle finestre e cambia il colore delle tappezzerie!

E, finalmente, i rinforzi.

Dalle botole del solaio si affacciano volti ciechi di robot, con le bocche a manichetta che rigurgitano chimiche sostanze verdi. Il fuoco indietreggia, come dovrebbe fare un elefante alla vista di un serpente morto. Ora ci sono venti serpenti a frustare il pavimento e a uccidere il fuoco con una bava verde di limpido e freddo veleno. Ma il fuoco è astuto: ha mandato fiamme fuori dalla casa, attraverso il solaio e su fino alle pompe. Un’esplosione! L’entità pensante che comanda le pompe viene fracassata contro le travi in tanti frammenti di bronzo.

Il fuoco corre in tutti gli armadi e accarezza gli abiti appesi. La casa trema tutta, in ogni suo osso di quercia, il suo scheletro si raggrinzisce per il calore, i cavi e le nervature metalliche sono denudate come se un chirurgo avesse rivoltato la pelle per esporre le vene rosse e i capillari pulsanti all’aria rovente. Aiuto, aiuto! Al fuoco! Correte!

Il calore fa scoppiare gli specchi come friabili croste di ghiaccio. E le voci piangono “Fuoco, fuoco, correte” come un’infantile tragica cantilena, una dozzina di voci, alte, basse, come bimbi morenti e soli abbandonati nella foresta. E poi le voci vanno a svanire man mano che i fasci di fili elettrici scoppiano come castagne sul fuoco. Una, due, tre, quattro, cinque voci muoiono.

Nella nursery la giungla brucia. Leoni blu ruggiscono e giraffe porpora balzano via, pantere corrono in tondo cambiando colore, e dieci milioni di animali, galoppando attraverso il fuoco, svaniscono verso un lontano torrente fumante di vapore…

Altre dieci voci muoiono.

Nell’ultimo istante sotto la valanga di fuoco, si odono altri cori, incuranti, annunciare l’ora, suonare musiche, tagliare il prato con la falciatrice telecomandata, aprire frenetici un ombrello sulla soglia e spalancare la porta sul davanti, fare centinaia di cose come un negozio d’orologiaio in cui gli orologi gridano pazzamente l’ora uno dopo l’altro, in una scena di confusione folle ma sincronizzata. Canti e urla, gli ultimi topini delle pulizie che sciamano fuori coraggiosamente a portar via le orribili ceneri! E una voce, con sublime distacco, che legge versi nello studio in fiamme, finché tutti i nastri bruciano, i fili si arricciano e i circuiti si disintegrano.

Il fuoco consuma la casa e la schiaccia al suolo, in uno sbuffo di vesti fatte di fumo e scintille. Nella cucina, un attimo prima della pioggia di fuoco e legno si sarebbe potuto vedere il forno preparare la colazione a ritmo folle, dieci dozzine di uova, sei filoni di pane tostato, venti dozzine di fette di pancetta che, mangiate dal fuoco, lo fanno cominciare a cucinare di nuovo con un sibilo isterico.

Il crollo. Il solaio collassa nella cucina e nel salotto, il salotto nella cantina e la cantina nello scantinato. Frigorifero, poltrone, pellicole, circuiti, letti e quant’altro, gettati come scheletri in un profondo e affollato sepolcro.

Fumo e silenzio. Una grande quantità di fumo.

L’alba appare a oriente. Tra le rovine, resta solo un muro. E mentre il sole sorge a illuminare quella distesa di macerie e vapore, da quel muro un’ultima voce ripete, ancora e ancora e ancora:

Oggi è il 5 Agosto 2026, oggi è il 5 Agosto 2026, oggi è…”

 There will come soft rains (da Cronache Marziane, 1950, Ray Bradbury)

IL CORTO

http://es.youtube.com/watch?v=tKJ77w6uQCg

Se i versi malinconici della poetessa americana si trasformano in una distopica visione post nucleare nel racconto breve di Cronache Marziane, il cortometraggio dell’Uzbekfilm Studio gioca su toni assai più cupi.

La data è cambiata: siamo nell’ultimo giorno dell’anno, subito dopo l’olocausto. Nel buio della Casa Meccanica si accendono le luci rosse di un robot domestico dalla sagoma aguzza e dai movimenti secchi come spari. I suggerimenti gentili degli automi di Bradbury diventano qui ordini scanditi con voce aliena: sveglia e colazione automatizzate non lasciano possibilità di scelta.

Dai vetri rotti delle camere da letto appare la tempesta di neve dell’inverno atomico, e, accanto alle tute antiradiazioni disposte ordinatamente lungo il muro, i letti futuristici simili a capsule spaziali contengono adulti e bambini ridotti a sagome di cenere: hanno ancora l’orologio al polso e stringono giocattoli, nel loro ultimo sonno, prima di finire versati a terra sulle pantofole vuote.

Solo una stanza è risparmiata dall’oscurità: mostra il sole di una giornata primaverile e un vecchio grammofono che suona canzoni anni Cinquanta.

Ma tutto scompare al comando del servitore meccanico, la musica si interrompe e lo schermo elettronico si spegne rivelando il buio esterno.

Ogni cosa sembra immutabile e immutata, organizzata in un cerimoniale indifferente alla presenza o meno dell’essere umano: le uova continueranno a cadere in eterno nei piatti metallici della colazione, davanti al ricordo di esseri che non ci sono più? No, qualcosa disturba l’equilibrio perfetto della Casa Meccanica: dalla finestra sfondata entra un estraneo, sconosciuto e temibile, incapace di rispondere alla parola d’ordine richiesta.

È una colomba.

Dopo un attimo, suonano gli allarmi e scattano le difese, in allerta costante; ma la Casa non è destinata a sopravvivere: si trasforma in un’arma rabbiosa e indifferente all’auto-annientamento e all’inconsistenza della causa scatenante. L’ultimo atto del robot impazzito, accecato da lacrime di cavi e metallo fuso, è sfondare il cuore nucleare della dimora ormai distrutta: l’ennesima esplosione atomica che aggiunge rovine alle rovine.

Il libro di Bradbury ha il sapore di Hiroshima, ma qui si avverte il peso della situazione sovietica durante la guerra fredda: nel 1984, il muro di Berlino è ancora in piedi e la Russia si chiama U.R.S.S.

I colori lividi, l’oscurità e il senso di freddo che dominano le immagini costituiscono una percezione allegorica della vita civile allora dominante: un’esistenza militarizzata in spregio di ogni individualità, una società nella paura costante di un disastro atomico, una speranza di pace considerata sovversiva.

Se i versi di Sara Teasdale mostrano il trionfo della natura sulle catastrofi insensate provocate dell’uomo, in questo tristissimo cortometraggio anche tale speranza è scomparsa: la possibilità di un mondo incontaminato è morta per sempre, e quello che ne resta è solo il ricordo, riprodotto all’infinito da uno schermo rimasto miracolosamente intatto nella devastazione totale.