Tir Nan Og
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Tir Nan Og (cortometraggio)

Tir Nan Og (terra del giovane eterno) è l’aldilà immaginato dai Celti, un paradiso situato su un’isola posta ad Occidente. Al mito si ispira l’omonimo cortometraggio di Fursy Teyssier. Il talentuoso regista racconta la morte così come tutti vorremmo fosse: giunge al termine di una vita ricca di soddisfazioni e di affetti, e ricongiunge ai propri cari.

Con tratto delicato, e grande sensibilità, l’autore mostra il distacco di un’anziana da una bambina. La vecchietta viene chiamata da una persona dal volto di corvo insieme alla quale si dirige verso un’isola; la piccola insegue i due e, quando li ha raggiunti, scopre che lo strano accompagnatore è un anziano della famiglia, probabilmente il nonno.

Le prime sequenze, con la nonna che suona un pianoforte per la nipote dai capelli rossi, su un’alta scogliera che ricorda le coste irlandesi o quelle della Normandia, evocano la spiritualità celtica. La figura misteriosa indossa la maschera di un corvo, animale associato alla Morrigan, dea del furor guerriero e della morte in battaglia. L’uccello come metafora dell’anima è invece parte dell’immaginario dell’Europa precristiana, basti pensare alle tombe segnalate da pali sormontati da uccelli di legno.

La presenza incute timore alla piccola, mentre viene riconosciuta dalla nonna e salutata come una vecchia amica. Secondo la spiritualità celtica la morte faceva parte della ciclicità degli eventi, le anime raggiungevano la beatitudine di Tir Nan Og oppure tornavano a vivere in nuove forme, in un ciclo continuo di rinnovamenti. Un senso che ben è interpretato anche dall’Arcano Maggiore dei Tarocchi: nella cartomanzia la Morte è simbolo di rinnovamento, piuttosto che di ineluttabile sconfitta o di evento nefasto. Il viaggio verso l’isola recupera il folklore, e visivamente ammicca al suggestivo quadro del simbolista svizzero Arnold Böcklin, ‘Die Toteninsel’, dipinto forse ispirato al Cimitero degli Inglesi di Firenze. Anche l’isola del cortometraggio emerge dalle nebbie, è cupa al suo approdo, ed è una collina su cui si inerpicano i tre personaggi. La sommità è battuta del vento e inondata dalla luce, teatro perfetto per il distacco.

La bambina comprende infine gli eventi, riconosce nell’uomo con la maschera una presenza benevola e familiare, sa che la nonna si riunirà ai suoi cari… E le due anime possono così scomporsi nella luce, divenendo parte dello stormo di uccelli che si innalza sulla giovane.

Non è facile parlare della vecchiaia e della morte in un mondo che considera l’argomento un tabù. Il linguaggio poetico è in questo caso l’approccio migliore: i richiami alla leggenda pagana niente tolgono al sentimento, anzi, riescono a raggiungere il cuore dello spettatore. Le immagini hanno toni placidi, il tratto ricorda gli acquerelli, conferendo alla narrazione toni onirici. Non c’è dialogo, sostituito da una pregevole colonna sonora, ‘The slow wait’ degli The American Dollar. Il bravo Fursy Teyssier evita qualsiasi tono macabro, rifugge da facili melensaggini e sa parlare di un tema così grave con un linguaggio adatto a tutte le età.

C’è da augurarsi che il lavoro di questo artista non passi inosservato.