Transit (Transit, 1964) di Edmund Cooper
  • L’uomo Stocastico

    L’uomo Stocastico (The Stochastic Man | 1975) di Robert Silverberg Anteprima testo 1 Siamo venuti al mondo accidentalmente in…

    L’uomo Stocastico
  • La Città Labirinto

    La Città Labirinto (The Man in the Maze | 1969) di Robert Silverberg Anteprima testo Da nove anni Muller…

    La Città Labirinto
  • Gilgamesh

    Gilgamesh (Gilgamesh the King | 1984 | aka Gilgamesh) di Robert Silverberg ROBERT SILVERBERG E LA HYSTORICAL FANTASY Silverberg…

    Gilgamesh

Transit

,

Transit (Transit, 1964), di Edmund Cooper

PRESENTAZIONE

Nato nel 1926 in Inghilterra e scomparso prematuramente lo scorso anno, Edmund Cooper era uno dei migliori autori britannici di fantascienza. Di carattere chiuso e riservato (di rado interveniva alle frequenti manifestazioni del mondo fantascientifico) Cooper non era molto apprezzato negli Stati Uniti; godeva invece di una solida fama nel paese natio ed anche in Italia era abbastanza popolare. Educato alla Grammar School di Manchester, prima di diventare scrittore professionista Cooper si era dedicato a svariate attività nel campo del commercio marittimo.

Cooper aveva venduto il suo primo racconto di fantascienza nel 1951 (una storia intitolata «The Unicorn») e in seguito aveva scelto la carriera letteraria a tempo pieno, producendo opere e romanzi di vario genere, tra cui gialli, racconti per riviste femminili, e soprattutto fantascienza. Al momento della sua prematura scomparsa Cooper aveva al suo attivo più di quindici romanzi di fantascienza, oltre a una serie di «space operas» pubblicate sotto lo pseudonimo di Richard Avery (la serie degli «Expendables», composta di quattro romanzi: The Deathworms of Kratos (1975), The Rings of Tantalus (1975), The War Games of Zelos (1975) The Venom of Argus (1976)).

Inoltre Cooper svolgeva regolarmente l’attività di recensore librario per il prestigioso giornale inglese «Sunday Times».

Tra i suoi circa quindici romanzi e antologie di racconti di fantascienza prodotti in quasi trenta anni di carriera letteraria fantascientifica i più celebri rimangono forse i primi: The Uncertain Midnight (1958), ristampato negli Stati Uniti col titolo Deadly Image, è uno dei romanzi più belli sul tema degli androidi come possibili oppositori dell’uomo e gode di una certa popolarità anche in Italia dove è apparso più volte nelle varie edizioni della Mondadori (Urania, Classici, ecc. ecc.) col titolo Uomini e Androidi. Seed of Light (1959), anch’esso uscito nel nostro paese, riprende il classico tema della generazioni obiettivo, dell’astronave-mondo che serve a un gruppo di terrestri per sfuggire alla catastrofe generale che si va profilando sul nostro pianeta.

Le due opere più riuscite di Cooper restano però, a nostro avviso, questo Transit, pubblicato nel 1964, e L’uomo della terza fase (The Cloud Walker), uscito nel 1973 e candidato al premio Hugo per il 1974.

Transit, un eccellente romanzo dalla trama classica e lineare, narra la vicenda di un gruppo di quattro esseri umani (due uomini e due donne) che vengono prelevati da esseri superiori (divinità cosmiche?) dalla nostra Terra e trasportati su un pianeta alieno, in un ambiente difficile e ostile, dove dovranno affrontare una prova, o meglio un confronto con un altro gruppo scelto in rappresentanza di un’altra razza intelligente: dall’esito del confronto, dalla riuscita di questo esperimento su scala galattica dipenderà il destino della razza umana e dell’altra razza oppositrice per quanto riguarda il controllo di una certa parte della galassia.

Lo spunto iniziale ricorda quello del celebre racconto di Fredric Brown «Arena», dove appunto un uomo e un alieno di forma sferoidale sono costretti a combattersi per dimostrare la propria superiorità e per far sì che l’entità superiore che ha organizzato il confronto possa prendere una decisione sul futuro delle due razze, dato che la galassia è una sola e soltanto una delle due potrà governarla. Anche nel romanzo di Cooper, come nel famoso classico di Brown, sarà l’uomo a spuntarla, ovviamente dopo lunghe e terribili difficoltà. Che sia la razza umana ad averla vinta non è, come può apparire a prima vista, una ovvia conclusione, ma una decisa e convinta affermazione da parte dell’autore della sua fede nell’uomo e nelle sue capacità.

È questo della fede nell’uomo e della speranza che egli sia in grado di superare tutti gli ostacoli che oggi e in passato hanno attanagliato in una morsa ferrea le sue possibilità di spiccare il volo verso orizzonti superiori, una vera e propria costante dell’opera di questo autore, che ci sembra effettivamente uno dei più coerenti e costanti dal punto di vista filosofico.

I suoi romanzi, partendo dai primi per arrivare ai più recenti, mostrano infatti una particolare qualità che li accomuna e lì contraddistingue dalla produzione corrente degli altri autori britannici e statunitensi. Prima di tutto, dicevamo di questa grande fiducia di Cooper nella razza umana, di questa sua enorme «lealtà verso la specie». Cooper, lo aveva più volte ribadito egli stesso in aperte interviste, scriveva soltanto di ciò che gli interessava, parlava solo di quello che gli stava a cuore: non sfornava insomma, come tanti suoi colleghi americani di oggi, romanzi a tutto spiano, di tutti i generi, del massimo disimpegno umano e sociale, soltanto per il gusto di far soldi. Era uno scrittore con un senso della morale, con una propria filosofia che voleva estrinsecare nelle sue opere (lungi da noi voler affermare con questo che i suoi romanzi sono trattati di filosofia morale; tutt’altro, se ci sono oggigiorno opere sempre piacevoli da leggere nel mare magnum della produzione fantascientifica mondiale, queste sono proprio quelle di Edmund Cooper). E questa filosofia ricompare sempre nei suoi romanzi. Cooper era pienamente conscio, dunque, della sua partecipazione all’organizzazione della vita sociale umana e della sua funzione nell’ambito della civiltà attuale, e cercava quindi di offrire, per quello che gli era possibile, il suo aiuto e conforto. Per questo, anche nei suoi romanzi più pessimistici (come ad esempio All’Fools Day (1966), in cui un istinto di autodistruzione si impossessa di gran parte della razza umana) la storia si chiude sempre con il suggerimento di una speranza per il futuro dell’umanità.

In genere Cooper preferiva evitare le invasioni dallo spazio esterno di mostruosi alieni, o le altre strane forme di minaccia tanto care a molti autori di sf. Invece, i suoi temi preferiti erano i problemi creati dalle invenzioni stesse dell’uomo, i macchinari e la tecnologia, e quelli che nascono dalla tortuosità e dall’iniquità della mente umana.

Così in The Uncertain Midnight e in The Overman Culture (1971) il problema alla base sono gli androidi insidiosi e quasi umani.

Anche The Cloud Walker riesce a esprimere, come in questo lineare Transit tutta la filosofia di Edmund Cooper. Oltre ad essere uno dei migliori romanzi prodotti dalla fantascienza negli ultimi anni (e ci stupisce che siano dovuti passare ben nove anni prima di vederlo apparire in Italia), questo libro riassume tutto il modo di pensare di questo autore; pur rimanendo, come tematica, una delle sue opere più atipiche.

Scritto in uno stile semplice e al tempo stesso raffinato, soffuso di una atmosfera di umanità e di calore umano difficilmente riscontrabile in un’opera di fantascienza. The Cloud Walker racconta la riscoperta della scienza in una Terra futura che ha visto l’olocausto atomico ed è tornata alla barbarie e a un clima di repressione religiosa. Il protagonista, Kieron, figlio di un carpentiere, insegue, fin dalla più tenera infanzia, il sogno del volo nell’aria, il sogno della costruzione di una mongolfiera, che sta qui a simboleggiare l’ovvia riscoperta di un mondo scientifico le cui porte sono state blindate dalla cieca repressione della superstizione, operante qui sotto le spoglie della Chiesa Luddita. Kieron è dunque un eretico, un ribelle condannato dalla sua società e soggetto alla scure della odiosa oppressione: il suo destino pare segnato, e la disgrazia sembra accanirsi contro di lui ogni volta che egli tenta di liberare la mente umana dalle pesanti catene della superstizione, e di condurre da solo il mondo al di là della bigotta schiavitù imposta dalla Chiesa Luddita. Ma alla fine Kieron vincerà: a prezzo di incredibili sacrifici, avanzando sempre sospinto da una grande forza di volontà e dalla più convinta fiducia nell’uomo e nelle sue possibilità mentali.

Ecco dunque ricomparire ancora una volta quella sostanziale fede di Cooper nell’uomo e nella sua capacità di risollevarsi anche dalle più gravi e pesanti condizioni, quella sua speranza nel futuro dell’umanità, quella sua basilare convinzione che l’intelligenza e il suo senso pratico che ci sono stati forniti dalla Natura sono più che sufficienti per farci superare tutte le difficoltà che il destino ci può porre sulla strada.

En passant, e senza addentrarci in lunghi parallelismi che potrebbero risultare noiosi, facciamo notare come quest’opera, così piena di empatia, così umana, ricordi un altro romanzo ambientato in un mondo post-olocausto e ritornato alla barbarie e alla superstizione di un nuovo oscuro Medio Evo: quel celebre Davy, di Edgar Pangborn (da noi ristampato sulla Fantacollana), che è anch’esso un feroce atto d’accusa nei confronti della stupidità bigotta insita in alcuni uomini e nella loro insensibilità di fronte alle grandi possibilità della mente umana.

Transit, scritto anch’esso in quello stile limpido, colto, compassato che è una caratteristica propria degli autori britannici da Wells a Wyndham, a Clarke, è più lineare nella trama di The Cloud Walker. Manca forse anche un po’ di quell’accorata melanconia che ci aveva tanto fatto amare l’altro romanzò, ma le figure umane dei protagonisti, ritratte con grande accuratezza e calore, risaltano anche qui in maniera vivida e netta, a testimonianza delle certe qualità e doti letterarie di un autore troppo spesso trascurato e sottovalutato.

Sandro Pergameno

Anteprima testo

CAPITOLO PRIMO

La propria faccia Io fissava, inespressiva come quella di un fantasma. Una faccia esangue, pensò Richard Avery, la faccia di un uomo relegato in qualche luogo remoto. Il tipo di faccia che non ci si sofferma a guardare troppo a lungo nella metropolitana, nemmeno se il suo proprietario è morto.

Si allontanò dallo specchio grigio argento della pozzanghera e udì i suoi piedi sguazzare sul terreno umido, mentre osservava con occhi assenti gli alberi scheletrici e la verde desolazione dei giardini di Kensington. In lontananza si udiva il monotono brusio del traffico domenicale londinese, ma febbraio sembrava intenzionato ad avvolgere il panorama in un silenzio acquoso. E man mano che la luce triste e rarefatta del pomeriggio sommessamente si spegneva, si faceva sempre più concreta la sensazione che quel parco fosse il luogo più desolato della terra.

Il problema di Avery era semplice: si stava riprendendo da un’influenza. La tristezza del paesaggio e la tristezza del suo stato mentale coincidevano perfettamente, rafforzandosi reciprocamente. Sarebbe stato meglio, per lui, restarsene a casa a guardare la televisione, a leggere un libro oppure trastullarsi oziosamente, come faceva sempre, con i disegni della carta da parati.

Ma, dopo una settimana di prigionia nel suo appartamento bicamere, dopo più di un centinaio di ore di veglia in solitaria segregazione, con l’unica compagnia della sua delusione e del ricordo dei suoi fallimenti, qualsiasi cosa sembrava preferibile a quelle voci che non emettevano mai un suono, a quelle accuse mai del tutto espresse.

A trentacinque anni Richard Avery era un uomo fallito. Non un fallito dilettante, ma un vero professionista del fallimento. Proprio un maestro, quanto a ciò. Quindici anni prima c’erano state tutte le premesse perché lui diventasse un artista, magari non un gran pittore ma almeno uno che poteva affermare di saper disporre i colori sulla tela.

I

Ma questo era stato quindici anni prima, quando il mondo era giovane e lui innamorato. La ragazza si chiamava Christine: capelli castani, occhi bruni, una bocca grande e sensuale e due seni sodi, tentazione di innocenza e di bellezza. Lei era malata di leucemia, e le piaceva vivere allegramente il tempo che le sarebbe stato concesso in prestito. Ma ciò che era grande in lei era la sua tenerezza. Amava Avery e si dispiaceva per lui, si dispiaceva teneramente e profondamente. Per lui, non per se stessa. Era questo, lo straordinario. Christine sapeva che lui aveva bisogno di tenerezza, di tutta la tenerezza che era possibile avere.

Avevano vissuto insieme per poco più di un anno, e durante quel tempo (visto in retrospettiva sembrava un idillio, una delle grandi storie d’amore dell’umanità) le aveva fatto più di una dozzina di ritratti. L’aveva dipinta nuda, vestita, in interni e in esterni, e perfino a letto. Aveva cercato di ritrarre tutto ciò che conosceva di lei, visto che c’era così poco tempo.

C’era una sola cosa che non era riuscito a dipingere, però. Non era riuscito a dipingere la sua tenerezza. Era troppo grande per una tela, troppo vivida per i colori della sua tavolozza.

Ma non durò. Svanì pian piano, mentre Christine perdeva le sue forze. E alla fine, quando lei morì, non rimase nulla se non lo sconforto, la paura e l’impenetrabile, inesprimibile solitudine di un bambino. Rimase con lei per tutto il tempo. Vide la sua personalità dissolversi lentamente in un mare di frustrazione e, in ultimo, quel corpicino delicato si arenò, inutile rottame, sulla spiaggia finale.

In seguito, come era facilmente prevedibile, Avery ebbe un esaurimento nervoso. Ma quando ne uscì, non era più in grado di tenere in mano un pennello senza tremare, e si rese conto che non avrebbe mai più dipinto un quadro. Se fosse stato un grande artista nulla lo avrebbe fermato… neppure la morte di cento Christine. Da ciò, naturalmente, si poteva giungere ad una conclusione e, per giustificare il suo fallimento, Avery vi si adeguò subito.

L’unico problema era quello di trovare un buco abbastanza comodo e rintanarcisi finché il tempo e la natura mortale non gli avessero offerto una soluzione. La cosa che decise di evitare più di ogni altra fu il coinvolgimento emotivo; la sua prima esperienza sarebbe stata anche l’ultima. Era troppo doloroso, per poterlo sopportare di nuovo. Non l’estasi d’amore, ma il tremendo terrore della perdita.

Perciò si rassegnò a un lungo susseguirsi di anni senza scopo, ad una vita da trascorrere insegnando arte a ragazzi il cui concetto della forma umana era stato modificato dai poster cinematografici e dalla pubblicità per deodoranti, i cui dèi vivevano misteriosamente dentro dischi neri, ripetendo a pappagallo grida di dolore sotto lo stimolo di una puntina, e i cui valori più alti si potevano esprimere in termini di denaro, auto veloci, orgasmi da stupefacenti e irreversibile ipnosi da periferia. Si rassegnò ad una vita di sterile attesa, di mera sopportazione, punteggiata unicamente dai ricorrenti problemi delle sere, dei fine settimana, delle vacanze e — di tanto in tanto — delle malattie.

Non visse nel passato, né nel presente, e non nutrì alcuna speranza per il futuro. Considerò con regolarità l’idea del suicidio… e con altrettanta regolarità fu incapace di prendere una decisione.

Adesso, solo nei giardini di Kensington con un tardo pomeriggio di febbraio che si chiudeva su di lui come un sudario in attesa, cominciava a sperare che il margine della sua depressione sarebbe rimasto affilato abbastanza a lungo da permettergli di affrontare in maniera più decisa la sua situazione.

Ma, con rammarico, si rese conto che non sarebbe stato così. Lui si sarebbe limitato a trascinarsi quel dolore sordo fino alle due camere di casa sua e, da come stavano le cose, per lui sarebbe cambiato ben poco. Ma ben presto sarebbe stato abbastanza bene — o almeno abbastanza in forze — da riuscire ad anestetizzarsi con un’altra dose di insegnamento.

Fu a questo punto del suo rimuginare, mentre ritornava sui suoi passi calpestando l’erba umida e…

Transit - Copertina

Tit. originale: Transit

Anno: 1964

Autore: Edmund Cooper

Edizione: Editrice Nord (anno 1983), collana “Cosmo Argento” #140

Traduttore: Maurizio Nati

Pagine: 188

Dalla copertina | All’età di trentacinque anni Richard Avery sentiva che la sua vita era finita ormai da tempo. Come essere umano non aveva avuto fortuna: come insegnante era mediocre, e come artista un vero fallimento. Condannato a un’esistenza di solitudine e di ricordi, Avery si trascinava avanti in una depressione continua e senza apparenti vie d’uscita. Eppure il suo mondo cupo e vuoto si sarebbe all’improvviso dissolto in un monotono pomeriggio di una domenica di febbraio, quando il suo pigro vagabondare per i giardini di Kensington l’avrebbe portato fino a un lucente cristallo seminascosto nell’erba: di colpo Avery si sarebbe trovato travolto in un vortice di stelle e trasportato in un mondo nuovo, alieno e pieno di pericoli. E assieme ad altri tre terrestri “naufragati” e abbandonati lì come lui, Avery avrebbe dovuto affrontare gli attacchi selvaggi e improvvisi di un nemico misterioso: uno scontro contro esseri di un’altra razza intelligente della Galassia che avrebbe mutato totalmente la sua vita, la sua essenza umana, e il futuro stesso della Terra e dell’universo.