Colours in the Steel, di K. J. Parker
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Tutti i Colori dell’Acciaio

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INTRODUZIONE

I popoli indoeuropei – germani, celti, latini, baiti, indiani e iranici – erano tutti accomunati da una medesima weltanschaung, una stessa “visione del mondo”, in virtù della quale diritto e religione erano in fondo una stessa cosa, due aspetti inestricabili della loro vita quotidiana.

Grandi organizzatori, amministratori abili e dotati, gli indoeuropei erano dei veri e propri uomini d’ordine, “ispirati cioè al principio che ciascuno deve assumere in pieno la propria condizione… uomini che detestavano il disordine, il caos, l’anarchia, insomma tutto ciò che compromette l’equilibrio sempre fragile di forze antagoniste” (1).

In conseguenza di ciò e proprio per salvaguardare questo equilibrio dando pieno fondamento al “diritto” e assicurarne il funzionamento, gli indoeuropei mettevano al primo posto delle loro azioni più significative, alla base stessa della loro concezione dell’ordine sociale, la nozione di patto, di contratto sancito fra poteri contrari e quindi – come corollario – la nozione di giuramento che suggella tale contratto. (2) Questa visione delle cose veniva a collocare automaticamente il Diritto sullo stesso piano e nella stessa sfera del Sacro, tanto è vero che nella religione degli indoeuropei l’idea stessa di contratto trovava impersonifica-zione in divinità di particolare rilevanza quali Mitra o Tyr. Ciò faceva dello spergiuro un sacrilegio assai prima che un reato e della violazione di un contratto un ubris, un’offesa agli dei, prima che una colpa criminale.

In questa particolare visione del diritto trova il suo fondamento un tipo di “processo” che ha in effetti assai più le caratteristiche di un rito religioso che di un procedimento giudiziario: l’ordalia.

In pratica era diffuso, specie fra i Celti e i Germani, il costume di consentire che in caso di contrasto circa il rispetto di un contratto o di un giuramento, in caso di contestazione sulla sincerità di qualcuno, questi potesse chiamare gli dei stessi a testimoni della propria correttezza, sfidando colui che metteva in dubbio la sua parola – o un suo “campione” –

a un duello sacro. Proprio grazie all’intervento divino garantito dalla perfetta identità fra Sacro e Diritto, colui che era dalla parte del giusto e del vero avrebbe immancabilmente vinto il duello.

Si tratta, come è noto, di un concetto che è penetrato anche nella cultura medievale nell’ambito della quale spesso vediamo cavalieri battersi “in torneo” per sostenere le contrastanti ragioni di sovrani avversari o di re e grandi feudatari in conflitto.

Ora – sembra chiedersi K.J. Parker in questo suggestivo e intrigante Tutti i colori dell’acciaio – che cosa sarebbe successo se il rito dell’ordalia avesse continuato a sussistere dal punto di vista della forma e fosse anzi diventato il modo normale di risolvere qualunque controversia legale, anche in materia di commercio o di altre materie triviali, ma in un mondo secolarizzatosi e laicizzatosi? Se fosse stato cioè chiaro a tutti che l’esito del duello non dipendeva affatto dall’intervento divino, ma solo dalla maggiore o minore abilità dei contendenti?

Sarebbe successo – suggerisce Parker – che si sarebbe creata una vera e propria casta di “avvocati” pronti a vendere la propria lama e la propria abilità di schermidori al migliore offerente, senza curarsi minimamente di dove stesse la ragione e dove il torto. Una specie nuova e nobilitata di mercenari: di spade in affitto.

Ed è proprio su questa premessa di ordine socio-culturale che Parker basa la sua accattivante avventura, raccontandoci miserie e glorie di Bardas Loredan, un “avvocato” ormai stanco, sempre meno all’altezza della sua comunque rischiosa professione, deciso a ritirarsi e a passare gli ultimi anni della propria vita insegnando la scherma a giovinotti pedicello-si e a campagnoli pieni d’illusioni perché, come si dice, bisogna pure campare.

Ma bisogna anche imparare a non fermarsi alle apparenze. Infatti sotto le spoglie dello spadaccino cinico e stanco si cela un eroe di altri tempi: l’unico sopravvissuto dell’esercito di Maxen Pitchfork, il leggendario generale che per decenni ha tenuto i barbari delle pianure alla larga, lontani dalle mura di Perimadeia, ciclopica e pittoresca capitale di un impero ormai in declino.

Parker riesuma dunque, in versione cappa e spada, il certo non nuovo ma sempre intrigante meccanismo narrativo del combattente formidabile nascosto nei panni di un uomo mediocre, che alla fine si lascia indurre a intervenire e si schiera dalla parte della ragione assolvendo il ruolo di deus ex machina. Un meccanismo narrativo particolarmente caro al genere western (ricordate “La Pistola sepolta”?), ma comunque sempre efficace.

Solo che nel mondo di Bardas Loredan – per quanto secolarizzato e laicizzato sia – anche se non funziona la magia in senso stretto, ha purtuttavia effetto una forza suprema chiamata il Principio, che ricorda assai il Karma degli indù e per effetto della quale Bardas è perseguitato dagli effetti collaterali di una maledizione lanciatagli contro per vendetta da una ragazza assai decisa ad avere la sua pelle. Sicché il nostro eroe, prima e oltre a fare appunto la sua parte, deve pensare soprattutto a restare in vita!

Su queste premesse Parker ha costruito una godibilissima saga avventurosa e senza tempo, che coniuga con sapienza emozioni, colpi di scena e una opportuna percentuale d’ironia.

Del romanzo colpisce soprattutto l’attendibilità dell’universo immaginario in cui Bardas si muove, che probabilmente deriva dal fatto che dietro di esso c’è qualche buona lettura dell’autore. Non pago di evocare l’ordalia, Parker richiama infatti esplicitamente nella sua descrizione della città di Perimadeia, teatro di gran parte del romanzo e che non a caso chiama “la Città Tripla”, la concezione tripartita dell’ordine terreno come riflesso della tripartizione di quello cosmico che è alla base di tutta la concezione del mondo dei popoli indoeuropei. È infatti assodato – soprattutto per merito degli studi del grande storico delle religioni Georges Dumézil – che gli indoeuropei distinguevano tre funzioni dell’attività umana: quella giuridico-magica o suprema, che era appannaggio del capo e della casta sacerdotale; quella marziale, incaricata della difesa e della espansione della comunità; quella produttiva, creatrice dei beni indispensabili alla vita e che include quindi agricoltori e pastori, artigiani e mercanti. I richiami del mondo inventato da Parker a quello reale degli antichi indoeuropei sono troppi e troppo precisi per essere frutto di coincidenze, per cui mi sento autorizzato a ritenere che siano piuttosto il frutto di una scelta deliberata, che spiega l’attendibilità e sarei quasi tentato di dire la familiarità dell’universo che ci racconta. Tanto di guadagnato, anche se questo nulla aggiunge e nulla toglie a un’avventura straordinariamente godibile, che vi terrà incollati alla poltrona.

Alex Voglino

1) Régis Boyer, Il mondo indoeuropeo, in “L’Uomo indoeuropeo e il Sacro”, a cura di Julien Ries, Jaca Book-Massimo, Milano, 1991.
2) Ibid.

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CAPITOLO PRIMO

Non era altro che una disputa da quattro soldi a proposito di un trasporto di merci: c’era disaccordo in merito alla interpretazione di un contratto scritto malamente, a causa di alcune discrepanze di scarsa rilevanza in certe polizze di carico, che riguardavano una materia di diritto mercantile notoriamente ambigua. Se affrontata nel modo giusto avrebbe potuto essere risolta senza ricorrere al tribunale e senza che nessuno si sentisse danneggiato. Non era certo il tipo di causa per cui uno si sentiva disposto a morire, se solo poteva farne a meno.

Tutti si alzarono in piedi non appena videro il giudice avanzare attraverso l’ampio spazio della corte. Era un uomo basso, risplendente ma anche un po’ ridicolo nell’abito nero e dorato che era proprio della sua carica. Si fermò un paio di volte, sfiorando il pavimento con la punta delle sue scarpette nere per verificare che la superficie fosse liscia e livellata e Loredan notò con approvazione che indossava appropriate calzature da spadaccino e non quelle a punta tanto di moda, predilette da funzionari e uomini d’affari. Non tutti i giudici della Sezione Commerciale e Marittima erano ex spadaccini – molto semplicemente non ce n’erano abbastanza a disposizione – e Loredan non si sentiva a suo agio quando il giudice era uno che non aveva mai fatto la professione. Era dura fidarsi di un uomo la cui esperienza della legge arrivava solo ai confini dell’arena del tribunale.

Il cancelliere, il vecchio, miope Teofano che era stato in servizio assai prima che tutti gli avvocati attualmente esistenti venissero al mondo, dichiarò che la corte era in sessione e dette lettura dei nomi delle parti. Il giudice rivolse un cenno ai contendenti i quali a loro volta lo ricambiarono con un moto del capo, dopo di che ognuno si rimise a sedere. Dai banchi del pubblico provennero i soliti sommessi rumori della gente che si accomodava: lo strofinio delle natiche sui sedili di pietra, il fruscio dei cestini a mano a mano che venivano aperte bottiglie e spuntini venivano messi a portata di mano, dove fosse possibile agguantarli senza bisogno di distogliere lo sguardo dal processo anche per un solo secondo. Il giudice scrutò i documenti che aveva innanzi a sé e domandò chi difendeva i fratelli Mocenigo.

Loredan alzò lo sguardo. Dal lato opposto del tribunale un ragazzo biondo e imponente si stava alzando in piedi abbassando d’istinto la testa, abituato com’era – evidentemente – a picchiarla contro i soffitti troppo bassi. Disse di chiamarsi Teofil Hedin, dichiarò la propria qualifica e s’inchinò alla corte. Un mormorio di approvazione si levò dal pubblico e i soldi cominciarono a cambiare di mano via via che si accendevano le scommesse.

«Molto bene» disse il giudice. «Chi è l’avvocato dei convenuti…» esitò e gettò un’occhiata alle carte «… la famiglia Dromosil?»

Come d’abitudine, Loredan sentì una morsa allo stomaco mentre si alzava in piedi; non si trattava di paura quanto piuttosto di un’acuta autoconsapevolezza e dell’intenso desiderio di essere da qualunque altra parte. «Sono io, vostro onore» disse, un po’ troppo sommessamente. Alzò il tono della voce nel pronunciare il suo nome: Bardas Loredan, avvocato-spadaccino, del Collegio di Bowyers & Fletcher, da dieci anni nella professione. Il giudice gli chiese di parlare più forte. Ripeté tutto quanto e non poté fare a meno di notare che aveva la voce un po’ rauca. Sapeva che si trattava solo dello strascico di un leggero raffreddore, ma il pubblico ne trasse le proprie conseguenze e si sentì il lontano tintinnio di monete contate sulla pietra dei sedili.

Il giudice cominciò a leggere le deposizioni. Era una fase della procedura che Loredan detestava in maniera particolare; non aveva alcuna utilità pratica e lo lasciava sempre teso e nervoso. L’altro avvocato, comediavolo-si-chiamava Hedin, se ne stava in piedi con aria distesa, con le mani dietro la schiena; chiunque avrebbe giurato che stesse prestando attenzione a quanto il giudice andava leggendo. Alcuni avvocati, specialmente i più anziani, usavano qualche piccolo rituale per ammazzare il tempo in questa fase: recitavano una preghiera esattamente della necessaria lunghezza, facevano mentalmente delle liste, cantavano fra se una canzone o recitavano una filastrocca. Loredan, come al solito, se ne stette lì a disagio, fregando i piedi e aspettando che la voce monotona terminasse la lettura.

Il che, alla fine, accadde; era il segnale perché le mani di Loredan cominciassero a sudare. Accanto a lui, Athli era alle prese con nodi e fibbie; se si è dimenticata la cenere per le mie mani, promise Loredan a se stesso, è la volta che le torco il collo.

Senza neanche alzare lo sguardo il giudice domandò se qualcuno volesse sottoporre altri documenti, dette per scontato (giustamente) che non fosse così e fece un segnale agli avvocati. Loredan fece un lungo respiro e si girò verso la sua assistente.

«La Guelan» mormorò.

Athli inarcò le sopracciglia. «Sei sicuro?»

«Certo che sono sicuro. L’hai portata con te, non è vero?»

Athli non si dette neppure la briga di rispondere; qualunque fossero i suoi difetti, era una collaboratrice affidabile quando si trattava dell’equipaggiamento. Sapeva anche che qualunque lama avesse scelto – magari la Boscemar, oppure la Spe Bref – lei comunque avrebbe detto Sei sicuro? ,

esattamente con lo stesso tono di voce, che immancabilmente lo faceva andare su tutte le furie. Athli infilò un braccio nella sacca delle armi e ne trasse un involto di soffice velluto grigio, stretto in cima da un cordoncino blu. Loredan glielo tolse di mano e sciolse il nodo. Forse sarebbe stato meglio scegliere la Boscemar, dopo tutto? No. Era una sua aurea regola quella di non cambiare mai idea una volta fatta la scelta.

La Guelan. Lasciò cadere la custodia per terra – non si sarebbe mai sognato di dirlo a qualcuno, ma quel gesto gli faceva sempre pensare a una ragazza che lasciava cadere al suolo il proprio vestito – e strinse la mano intorno alla semplice impugnatura, cercando al tatto le minime scanalature che indicavano il punto esatto in cui posizionare il pollice e il mignolo.

Delle sue tre spade era la più lunga e la più leggera, oltre che la più costosa, vecchia ormai di oltre un secolo. Un tempo la lama era stata decorata da una incisione raffigurante foglie di vite, ma adesso per poterla intravedere bisognava esporre la spada alla luce in una precisa posizione.

Gli aveva fatto superare brillantemente trentasette controversie giudiziarie, nove delle quali davanti alla Corte Suprema e una addirittura alla presenza del Cancelliere in persona. Cinque tacche segnavano il filo (ce n’erano state altre, ma abbastanza piccole da poter essere eliminate con la pietra per l’affilatura) e la lama era lievemente piegata a circa un palmo dalla punta, per colpa di qualche antecedente proprietario. La Boscemar era una lama più affilata e la Spe Bref in teoria era più bilanciata, ma in un processo quello che conta di più è l’affidabilità. Dopo un secolo di duro lavoro in tribunali come quello, ormai doveva sapere come svolgere al meglio il proprio lavoro. Nella misura in cui qualcuno di noi lo sa.

L’usciere diede l’ordine di sgomberare il pavimento della corte. Athli gli passò il pugnale – per lo meno di quelli ne aveva uno solo, il che voleva dire almeno una cosa su cui non occorreva stare a struggersi – e Loredan lo infilò nella guaina che aveva dietro la schiena, promettendo a se stesso nell’atto di farlo che la prima cosa che avrebbe fatto l’indomani sarebbe stato di cambiarle la cinta con una nuova.

Sì. Bene.

Il giudice alzò una mano, assaporando la drammaticità del momento e invitò gli avvocati ad avvicinarsi al banco. Nel prendere il suo posto ai piedi della piattaforma su cui si ergeva, Loredan sentì una delle sue gambe sfiorare senza volerlo un ginocchio dell’altro. Sussultò. Sarebbe stata una bella sfortuna morire per una disputa su un carico e per di più per mano di un bastardo alto e biondo. Ragione di più, quindi, per fare in modo che non accadesse.

Quando il suo avversario allungò la propria spada al giudice perché la ispezionasse, Loredan non poté fare a meno di notare il lampo di luce riflesso dal marchio inciso sulla lama appena al di sopra dell’elsa. Una Tarmont, vecchia di un anno o poco più, che aveva tutta l’aria di essere stata poco usata. C’era solo qualche vaga traccia lasciata dalla pietra per affilare che rovinasse la perfetta lucidità della lama: da quando era stata forgiata era stata affilata sì e no quattro o cinque volte. Abbastanza stranamente, quella vista gli risollevò un poco lo spirito. Era una spada costosa, una creazione di uno dei cinque migliori armaioli viventi, ma era nuova ed era stata a malapena utilizzata. Suggeriva un eccesso di fiducia in se stessi, una tendenza a dare per scontato che tutto sarebbe andato nel modo migliore. Dieci anni di professione gli avevano insegnato che quel genere di atteggiamento poteva essere letale, se l’avversario ne approfittava nel modo giusto.

Quando ebbe consegnato a sua volta la propria spada e la ebbe riavuta indietro dopo che il giudice l’aveva degnata a malapena di un’occhiata che gli parve lievemente offensiva, Loredan fece il suo abituale inchino che consisteva in una lieve inclinazione del collo e andò a prendere il proprio posto al centro del tribunale. L’impiantito sembrava solido sotto i suoi piedi, coperto dell’adeguato strato di sabbia e segatura, che consentiva una perfetta presa dei piedi. Indossava il suo più vecchio paio di scarpe, che ormai da parecchio avevano assunto esattamente la forma dei suoi piedi, e aveva reso più aderenti le suole quasi nuove facendo uso di una raspa.

Athli gli tolse il mantello dalle spalle e il freddo del tribunale lo fece rabbrividire. Parecchio tempo prima, dopo avere visto la morte in faccia, aveva imparato a non battersi indossando altro se non una leggera camicia di lino molto larga sulle spalle e intorno alle braccia, strettamente legata invece ai polsi, e un confortevole paio di brache senza fibbie nelle quali ci si…

Tutti i Colori dell'Acciaio - Copertina

Tit. originale: Colours in the Steel

Anno: 1998

Autore: K. J. Parker pseudonimo di Tom Holt

Ciclo: Saga dello Spadaccino (The Fencer Trilogy) #1

Edizione: Editrice Nord (anno 1999) Collana “Narrativa Nord”

Traduttore: Alex Voglino

Pagine: 465

ISBN-13: 9788842911043

Dalla copertina | Nella città di Perimadeia le questioni legali venivano risolte in duello e perciò gli avvocati erano in realtà provetti spadaccini. Ma Bardas Loredan era stanco di vendere la sua lama per denaro. Sfuggito miracolosamente alla morte durante una causa, aveva deciso di ritirarsi e aprire una scuola di scherma. Peccato che il destino non fosse d’accordo. I barbari delle pianure pensavano di aver trovato il modo di espugnare la grande capitale, e Temrai, il loro nuovo signore della guerra, aveva cinto Perimadeia d’assedio. Chi altri poteva salvare la città dalla catastrofe e la sua popolazione da una carneficina se non l’ultimo superstite dell’armata di Maxen Pitchfork, il generale che con un piccolo esercito aveva tenuto alla larga per decenni i barbari?