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U.F.O.

La prima cosa a cui pensai, svegliandomi la mattina del 1° gennaio 1980, fu “da oggi la serie UFO non è più fantascienza”.

Basta questo per capire come i telefilm in questione – ambientati nel 1980, come i titoli di testa ricordavano all’inizio di ogni episodio – abbiano influenzato profondamente, ben al di là dei loro stessi meriti, un’intera generazione di italiani, cresciuti negli anni Sessanta con la “TV dei ragazzi” e che mai, fino a quel momento, avevano avuto l’opportunità di vedere in TV qualcosa di più eccitante del sempreverde Zorro con Guy Williams o del “magico” Alverman che aiutava un certo Gianni a conquistare la sua bella.

All’estero, per fortuna, c’era chi aveva il coraggio di investire in produzioni televisive originali, senza limitarsi ai classici della letteratura ottocentesca e ai relativi modelli di comportamento, come si usava allora dalle nostre parti – peraltro con risultati non disprezzabili. In particolare, il successo di serie come Star Trek (la prima, ovviamente!) o Lost in space, trasmesse negli USA tra il 1965 e il 1969, e soprattutto le aspettative suscitate dallo sbarco sulla Luna e da un film come 2001: Odissea nello spazio, avevano fatto capire a molti produttori televisivi che la fantascienza poteva funzionare anche sul piccolo schermo; in quanto agli effetti speciali, da sempre punto debole di questo genere, KUBRICK aveva appena dimostrato che disponendo di mezzi adeguati il problema poteva essere risolto.

Nasce così, nel 1969, la serie di telefilm UFO, per merito dei coniugi GERRY e SYLVIA ANDERSON, produttori inglesi che avevano già al loro attivo alcune serie televisive per ragazzi di argomento futuristico e di grande successo, nonostante l’impiego di… marionette al posto degli attori. Thunderbirds, replicata ancora oggi, e trasmessa per la prima volta tra il 1965 e il 1967, è soltanto la più famosa di queste produzioni; da ricordare anche Captain Scarlet (1967) e Joe 90 (1968), quest’ultima trasmessa anche in Italia nei primi anni Settanta.

Tuttavia, come loro stessi hanno raccontato più volte, l’aspirazione dei coniugi Anderson era quella di realizzare una serie “vera”, con attori in carne ed ossa, e l’occasione si presenta loro dopo la realizzazione del film Doppelganger (Doppia immagine nello spazio), i cui “avanzi di scena” (set, attrezzature e persino qualche attore) vengono riciclati nella produzione di UFO, riducendone molto i costi.

La serie comprende 26 episodi, ognuno della durata standard di 48 minuti circa, trasmessi in Gran Bretagna tra il 1970 e il 1971, e arrivati in Italia solo pochi mesi dopo. Considerati, forse un po’ troppo in fretta, come un prodotto “per ragazzi” – come i già nominati Thunderbirds – vengono relegati nella fascia pomeridiana e, come se non bastasse, tagliati e censurati. Spariscono così, dalla versione trasmessa in Italia, i riferimenti al sesso, all’uso di droghe, le scene troppo succinte e quelle troppo violente; i dieci episodi più “scabrosi” non vengono trasmessi affatto.

Ciò nonostante, il successo è notevole, da noi come all’estero, tanto da suggerire progetti di ampliamento, con sequel, spin-off, film per il grande schermo e così via; purtroppo, come accade spesso quando si tratta di fantascienza, non se ne farà più nulla. Dalle ceneri di questa serie nascerà invece, pochi anni dopo, l’ancor più famosa Space: 1999 (Spazio 1999), che può essere considerata la vera “risposta inglese” a Star Trek, raddoppiando (con due stagioni e 48 episodi) la durata e il successo di UFO e diventando ben presto un autentico “cult”, molto prima del definitivo salto di qualità che la fantascienza televisiva avrebbe raggiunto solo con The Next Generation.

D’altronde non era pensabile che una serie come Space: 1999 potesse venir prodotta prima: i mezzi a disposizione dei coniugi Anderson e della BBC erano troppo scarsi per poter realizzare effetti speciali su larga scala come quelli di Star Trek (interni ed esterni delle astronavi, alieni più o meno strani, paesaggi extraterrestri e così via), e questo nonostante il riciclo del materiale utilizzato per il film Doppelganger (a sua volta un film a basso costo) e altri espedienti volti a risparmiare sui costi di produzione; il più geniale dei quali, indubbiamente, fu l’idea di ambientare molte scene nei pressi di uno studio cinematografico, riducendo così la necessità di dover allestire set specifici.

Non potendosi spingere “là dove nessuno si era mai spinto prima”, i coniugi Anderson ricorsero così a un’ambientazione semplice e “terrena”, facendo abilmente leva sulla psicosi da UFO che negli anni Sessanta aveva moltiplicato gli avvistamenti e le dichiarazioni di individui come il famoso George Adamski (che asseriva di essere regolarmente in contatto con gli alieni).

Volendo sintetizzare in poche frasi questa ambientazione, è sufficiente dire che gli UFO esistono, ci visitano regolarmente e sono pericolosi; in quanto ai terrestri, hanno imparato a difendersi. Un solo tipo di “astronave” (una specie di trottola), una sola specie di alieni – peraltro identici agli esseri umani – una manciata di modellini per raffigurare basi lunari, aerei e sommergibili avveniristici, vestiti bizzarri, un mucchio di lucette, e il gioco è fatto: i risultati, incredibile ma vero, non sono poi così malvagi.

Il vero problema di UFO, in realtà, è un altro: cosa direbbe lo spettatore di oggi, abituato a serie come Babylon 5 e Farscape, in cui una trama dettagliata e preordinata si sviluppa in modo coerente dall’inizio alla fine? Non solo in UFO non esiste nulla del genere, e ogni episodio fa storia a sé, ma persino la coerenza interna lascia molto a desiderare, con personaggi che appaiono, scompaiono, cambiano ruolo, importanza, partner, senza alcuna spiegazione, con mezzi danneggiati o distrutti che tornano in piena efficienza nell’episodio seguente e così via.

Del tutto inutile sarebbe, in questa situazione, cercare di riassumere globalmente la trama della serie: il meglio che si può fare è descrivere l’ambientazione generale, cercando di sorvolare o di minimizzare le troppe incoerenze.

Fatta questa premessa, la trama di UFO non è affatto complessa: gli alieni, uguali in tutto e per tutto agli esseri umani, colorito verdastro a parte (ma è un effetto temporaneo, dovuto al fatto che durante il viaggio respirano un liquido di quel colore), sbarcano spesso sul nostro pianeta in cerca di organi (nel 1969 tutti parlavano di Barnard e dei suoi primi trapianti di cuore…), che si procurano rapendo malcapitati terrestri. La loro razza, come si scopre fin dal primo episodio, è decadente, forse morente, e può sopravvivere solo utilizzando i nostri corpi come “parti di ricambio”: per questo motivo ogni volta che un UFO arriva sulla Terra qualche persona scompare e qualche altra, che ha visto troppe cose, viene uccisa… finché i terrestri, nel 1970, non reagiscono creando la S.H.A.D.O. (Supreme Headquarters Alien Defence Organisation), una struttura militare segretissima il cui unico scopo è quello di sventare la minaccia aliena.

All’inizio degli anni Ottanta, epoca in cui è ambientata la serie, la SHADO è sotto il comando di Ed Straker, ex-colonnello dell’aeronautica ed ex-astronauta, che dall’interno del quartier generale, situato in Inghilterra al di sotto di uno studio cinematografico, dirige con freddezza e precisione tutte le operazioni; lo stesso Straker finge di essere un produttore e ogni giorno, pur di preservare la sua copertura, perde buona parte del suo tempo discutendo con registi, sceneggiatori ecc. di argomenti verso i quali non ha alcun interesse.

In quanto alle operazioni della SHADO, queste si riducono, in sostanza, ad una sola: intercettare e distruggere gli UFO in avvicinamento. Un satellite, chiaramente ispirato ad HAL 9000 nel look e nel modo di comunicare, individua le astronavi aliene (delle grosse trottole con un equipaggio di una o due “persone”) quando si trovano ancora a molti milioni di miglia dalla Terra. Contro di esse, da una base permanente sulla Luna, vengono impiegati tre “intercettori” – bizzarri incroci tra un’astronave e un aereo a reazione – dotati di un’unica arma, un grosso missile neanche tanto efficace: all’epoca, infatti, i missili in grado di agganciare e tracciare l’obiettivo non erano molto conosciuti, e il problema si riflette nella precisione degli intercettori, che mancano spesso il bersaglio. D’altra parte, se così non fosse stato, molti episodi non sarebbero durati che pochi minuti!

Gli UFO che arrivano sulla Terra vengono presi in consegna dall’arma più spettacolare a disposizione della SHADO: un aereo a reazione (chiamato “Sky 1”) lanciato da… sott’acqua, da un sommergibile (lo “SkyDiver”) in perenne navigazione negli oceani. Questo aereo è il vero asso nella manica di Straker, ed è in grado di risolvere con relativa facilità le situazioni più disperate (Identified, Conflict, Destruction).

Se l’UFO riesce ad atterrare, infine, ci pensano i mezzi cingolati (“mobiles”) e pesantemente armati della SHADO e, se necessario, soldati a piedi, muniti di bazooka e lanciarazzi.

Gli UFO, strano ma vero, hanno ben poco da opporre ai mezzi della SHADO: armati solo di un raggio laser (potente ma non risolutivo), incapaci di rimanere a lungo nell’atmosfera terrestre senza disintegrarsi (spesso, infatti, si nascondono sott’acqua: Computer affair, Sub-smash, The sound of silence, Reflections in the water), vengono facilmente distrutti dalle armi convenzionali. Gli stessi alieni, che peraltro dispongono solo di mitra non dissimili dai nostri, se restano esposti alla nostra atmosfera cominciano a invecchiare, finché non muoiono nel giro di poche ore. Proprio queste loro debolezze rendono vani i tentativi di Straker (Survival, A question of priorities, The square triangle) di catturare un’astronave o addirittura un alieno vivo; non che il comandante della SHADO, fedele al motto “il solo alieno buono è un alieno morto”, ci provi spesso (però gli riesce casualmente un paio di volte – Identified, Computer affair)!

Pur non essendo gli episodi tutti uguali, certi temi ricorrono frequentemente. All’inizio della serie, per esempio, viene riproposta spesso la situazione “UFO sfugge agli intercettori, arriva sulla Terra e causa grossi problemi” (Identified, Computer affair, Exposed, A square triangle, E.S.P., Kill Straker!, The sound of silence), mentre verso la fine, quando le idee cominciano a scarseggiare, si lascia perdere la mancata intercettazione (anche se in un paio di occasioni ne vengono accennati i motivi) e si salta direttamente alla fase dei grossi problemi (A question of priorities, Sub-smash, The cat with ten lives, The psychobombs, Reflections in the water, Timelash). Molto spesso gli alieni ipnotizzano o condizionano qualcuno perché li aiuti o cerchi di sabotare la SHADO (E.S.P., Kill Straker!, The cat with ten lives, The man who came back, The psychobombs), anche se talvolta preferiscono ricorrere a ricatti o lusinghe (Flight path, Destruction, Timelash, The long sleep); quasi sempre i terrestri diventati complici degli alieni pagano con la vita il loro tradimento, anche se involontario.

Vi sono poi alcuni episodi che ruotano intorno alle disavventure del colonnello Foster, protagonista della serie insieme a Straker (Exposed, Survival, Ordeal, Court martial, Kill Straker!), e un paio che spiegano cosa sia accaduto alla famiglia di quest’ultimo (A question of priorities, Confetti check A-OK), letteralmente sacrificata a favore della SHADO e soprattutto della sua segretezza.

Se da un lato non si può negare che le trame degli episodi, pur partendo da un’idea con molti limiti, esplorino tutte le possibilità a loro disposizione (e, una volta esauritele, servendosi di spunti al limite del credibile: Reflections in the water, Timelash, Mindbender, The long sleep), dall’altro occorre rilevare che la caratterizzazione dei personaggi non è così accurata come ci si sarebbe potuto aspettare. Straker (magistralmente interpretato da EDWARD BISHOP) è un uomo freddo, calcolatore, quasi spietato, che prende le sue decisioni da dietro una scrivania, suscitando spesso le rimostranze dei suoi uomini, primo fra tutti il suo vice, il colonnello Alec Freeman (GEORGE SEWELL). Quest’ultimo, tuttavia, è un semplice esecutore di ordini, che decide poco e agisce ancor meno; la sua presenza serve più che altro a imbastire discussioni tra lui e Straker, così che lo spettatore capisca meglio ciò che sta succedendo.

Consci della mancanza di un vero eroe, gli sceneggiatori corsero ben presto ai ripari, introducendo fin dal quarto episodio (Exposed) il personaggio di Paul Foster (un buon MICHAEL BILLINGTON), un pilota civile che, arruolato nella SHADO dopo essere rimasto coinvolto nello scontro tra un UFO e Sky 1, diventa uno dei protagonisti, partecipando personalmente alle missioni più pericolose, rischiando la vita almeno una decina di volte e sottraendo a Freeman anche il ruolo di dongiovanni della serie (coerente, in questo aspetto, coi tentativi dell’attore di succedere a Sean Connery nel ruolo di 007). In quanto a Straker, viene dapprima umanizzato, facendo scoprire allo spettatore i suoi lati più “deboli” (A question of priorities, The responsibility seat, Confetti Check A-OK), e infine coinvolto direttamente, pur in aperta contraddizione col suo ruolo iniziale, nelle operazioni più importanti e rischiose (E.S.P., Kill Straker!, Sub-smash, The man who came back, Reflections in the water, The long sleep).

Tutti gli altri personaggi di UFO, purtroppo, sono solo dei banali sottoposti: ce ne sono alcuni che compaiono nella maggior parte degli episodi (Nina Barry, il tenente Ford), ma nessuno di loro ha una vera personalità. Fanno eccezione il burbero generale Henderson (GRANT TAYLOR), diretto superiore di Straker e “rompiscatole” di turno (il suo compito consiste nel negare finanziamenti o diffidare di tutti – salvo poi ricredersi alla fine dell’episodio), e il sinistro psichiatra Doug Jackson (l’attore polacco VLADEK SHEYBAL), che non esita a ricorrere a sistemi di indagine poco ortodossi, spesso al limite del lecito, ogni volta che un membro della SHADO si comporta in modo strano.

Nel complesso, non è facile tracciare un bilancio di questa serie. Come già si è scritto, non vi sono dubbi che lo spettatore di oggi storcerebbe il naso di fronte a trame semplici, personaggi appena accennati, ingenuità e incoerenze ormai impensabili. D’altra parte è innegabile che proprio la semplicità delle trame renda tutti gli episodi di UFO pienamente comprensibili e godibili anche da chi non si è “fatto le ossa” su Star Trek e magari mastica poco di fantascienza. Come è indubbio che la scarsità degli effetti speciali – più che altro modellini ben fatti – abbia permesso agli sceneggiatori di concentrarsi sui dettagli della trama e sull’accuratezza dei dialoghi, impartendo così ad ogni episodio un ritmo piacevole e non convulso: un ritmo che non costringe lo spettatore a rivedere due o tre volte ogni scena per capire quello che sta succedendo, diversamente da quanto accade oggi nelle serie più celebrate, dove si tende a mettere troppa carne al fuoco in una quarantina di minuti. Certo, i risultati non sono sempre eccellenti: in qualche caso (Close up) l’abbondanza di spiegazioni facilita la comprensione di scene complicate, in altri (Timelash) finisce per appesantire la trama, rischiando pericolosamente la noia.

Da giudicare severamente, con l’occhio di oggi, anche l’originalità solo apparente del look, delle ambientazioni, dei comportamenti, che sono in realtà quelli tipici della fine degli anni Sessanta, e questo a dispetto delle pretese futuristiche della serie: quelli che, secondo i coniugi Anderson, dovrebbero essere i “futuri” anni Ottanta altro non sono che gli eccessi dell’epoca trasformati in normalità. Nessun uomo porta più giacca e cravatta, ma gilet aderenti senza colletto (quando non si tratta di banali tute da ginnastica o maglioni a rete spacciati per uniformi), di solito a tinta unita: ebbene, basta guardare cosa vestivano i Beatles (per esempio George Harrison in Yellow Submarine) o i leader cinesi di quel periodo per capire che nell’abbigliamento dei protagonisti di UFO non c’è traccia di vero futurismo. Lo stesso discorso vale per le protagoniste femminili, tutte coi capelli “a onda” e il trucco pesante tipici degli anni Sessanta, nonostante l’uso di bizzarre parrucche viola (indossate dalle donne in servizio su base Luna) nell’intento di dare loro un aspetto almeno un po’ stravagante. E che dire degli arredamenti, dei mobili, di certi festini “beat” a base di pasticche sospette e musica dei Beatles? O delle famose auto usate da Straker e da Foster, quelle con le portiere ad ala di gabbiano, che altro non sono che un’evoluzione dei modelli “sportivi” che andavano di moda all’epoca (a partire dalla prima Porsche Carrera)? E l’ufficio di Straker, che si muove tra i due piani del complesso come fosse un enorme ascensore, non è tipico dei primi film con 007 (per esempio Goldfinger)?

Ci sono poi le famose previsioni “azzeccate”, ma quasi sempre “lasciate a metà”: come l’utilizzo massiccio dei computer, che tuttavia continuano imperterriti a usare nastri perforati e un’infinità di lucette inutili, per non parlare delle domande ridicole che vengono loro rivolte (“perché gli UFO si sono fermati in quel settore?”), ma coerenti con certe aspettative sull’I.A. tipiche degli anni Sessanta – e che Kubrick aveva saputo gestire con molta più classe (non certo con battute del tipo “il suo computer ha bisogno di una buona oliata ai transistor”).

E il presunto femminismo della serie? Molto si è scritto su come in UFO, per la prima volta, le donne abbiano interpretato ruoli importanti, ruoli “di comando”; ma a ben guardare non ce n’è una che piloti un intercettore, uno SkyDiver, un “mobile” o prenda parte direttamente a un’azione pericolosa. In realtà si limitano tutte a eseguire gli ordini senza discutere e senza mai uscire dall’anonimato: l’unica volta che una di loro prende una decisione importante (Computer affair), finisce sotto inchiesta perché, guarda caso, un suo collega ci rimette la vita.

Pure, all’epoca, UFO riscosse un successo clamoroso, soprattutto in Italia, anche per la scelta errata di trasmetterne gli episodi nella “TV dei ragazzi”: come già si era accennato, e nonostante i tagli e le censure, la serie scatenò nei giovani entusiasmi inaspettati. Al successo seguì il merchandising, con un’incredibile produzione di modellini, album di figurine, fotoromanzi e gadget di ogni tipo; e si arrivò persino – pratica ignobile ma non infrequente – a fondere e rimontare arbitrariamente molti episodi allo scopo di trarne dei (mediocri) film per il grande schermo.

E allora, per quanto lo spettatore di oggi possa preferire una fantascienza più matura e complessa, c’è almeno un merito che nessuno potrà togliere ad UFO: avere accostato al genere un’infinità di persone che altrimenti vivrebbero ancora di serie poliziesche e telenovelas. Se Babylon 5, Stargate, Farscape, e tutti gli infiniti seguiti di Star Trek hanno potuto vedere la luce, buona parte del merito va anche al lavoro dei coniugi Anderson con UFO – e con Space: 1999. Qualcosa di buono ci sarà pure stato, nelle avventure della SHADO!