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Ultraviolet

Che la serie televisiva Ultraviolet, andata in onda nell’autunno del 1998 sul network privato inglese Channel 4, abbia qualcosa di veramente speciale lo si capisce subito, fin dalla prima scena del primo episodio: un uomo, visibilmente preoccupato, osserva il tramonto da un ponte (il Southwark Bridge a Londra) e nello stesso tempo cerca di telefonare a qualcuno, ma invano.

Come succede spesso in questi casi, la persona cercata non è raggiungibile o ha il telefono spento; sul ponte, nel frattempo, una Mercedes nera con i vetri oscurati si avvicina lentamente e poi si ferma. Non appena se ne accorge, l’uomo si allontana in tutta fretta, sempre più preoccupato; ma subito dopo il sole sparisce dietro l’orizzonte, e le portiere dell’auto si aprono: ne esce un altro uomo, dall’aspetto vagamente inquietante, che guarda a lungo e con aria minacciosa nella direzione in cui l’altro si è appena allontanato.

Da questo momento in poi lo spettatore si ritrova immerso in un’atmosfera che si fa sempre più sinistra, accompagnata nei passaggi decisivi da una colonna sonora minimalista ma non per questo meno coinvolgente, anzi.

Il protagonista, il poliziotto Michael Colefield (un tormentato JACK DAVENPORT), indaga sull’omicidio dell’uomo del ponte, ucciso dal suo inseguitore quella sera stessa all’interno di una sala giochi; per di più, durante la notte, il suo collega e amico Jack Beresford (un brillante STEPHEN MOYER), che dovrebbe sposarsi la mattina dopo, scompare dopo essersi incontrato con l’assassino. E chi sono veramente i due poliziotti, una donna bionda di nome Angie March (la bravissima SUSANNAH HARKER) e il gigantesco detective di colore Vaughan Rice (il taciturno IDRIS ELBA) che a loro volta indagano su questi eventi e sui rapporti tra Michael e Jack? E soprattutto, perché l’assassino non è stato filmato dalle telecamere installate nella sala giochi, telecamere che pure hanno ripreso il momento dell’omicidio?

Michael, pressato da Kirsty, la fidanzata di Jack, e costretto a ricorrere all’aiuto di Frances, una sua ex che lavora per i servizi segreti, viene ben presto a sapere che Angie e Vaughan lavorano per una misteriosa ma potente organizzazione governativa, i cui veri obiettivi sono a tutti sconosciuti; le sue scoperte, invece di chiarire i suoi dubbi (e quelli dello spettatore), fanno nascere ulteriori domande. Che fine ha fatto Jack, innanzitutto? Perché l’assassino, rintracciato da Michael tramite un identikit, viene ucciso da un commando guidato dallo stesso Vaughan? Perché le armi impiegate in questa occasione sono munite di una piccola telecamera e del relativo schermo?

La verità, come sempre, emerge a poco a poco, ma mai come in questo caso risulta difficile da accettare, per Michael come per l’incredulo spettatore. Il poliziotto, le cui indagini non sono approdate a nulla, accetta infine un appuntamento con lo stesso Jack (che nel frattempo lo ha ricontattato) e si porta dietro una delle pistole “speciali”, quelle munite di schermo e telecamera: l’amico arriva puntuale, ma l’arma non riprende la sua immagine. Michael, sconvolto, non può più negare l’evidenza: Jack è diventato… un vampiro!

La rivelazione, raccontata in poche righe, potrebbe far sorridere gli appassionati. Eppure, chiunque pensasse che in Ultraviolet, dopo il primo episodio, debbano fare la loro comparsa cacciatori di vampiri alla Van Helsing, fanciulle tremebonde alla Mina Murray e il consueto armamentario a base di croci, aglio e paletti di legno sbaglierebbe di grosso. Ma sbaglierebbe anche chi pensasse di NON trovare niente del genere.

Con un geniale compromesso tra la vecchia mitologia e le sue versioni più moderne, infatti, lo spettatore viene a sapere che responsabile della trasformazione in vampiro è un virus ignoto (chiamato “code V”), e che le sue vittime hanno le stesse, ben note caratteristiche che tutti hanno imparato a conoscere dai molti film e libri sull’argomento. Questi sintomi, coerentemente con l’idea alla base della serie, assumono a loro volta una connotazione scientifica e in quanto tali vengono affrontati dai protagonisti di Ultraviolet. Veniamo così a sapere che il “code V” si trasmette attraverso la saliva, il che spiega come mai chi è morso da un vampiro – ma ancora non è morto, e quindi non è diventato un vampiro a sua volta – ne assume alcuni atteggiamenti, anche se in forma più blanda (per esempio, l’intolleranza alla luce solare); oppure scopriamo che l’impossibilità di riflettersi in uno specchio è dovuta a una caratteristica più generale, che impedisce di registrare una qualsiasi immagine (e anche la voce) dei vampiri. Niente fotografie, niente filmati, addirittura niente impronte digitali! Lungi dall’essere una trovata bizzarra, quest’ultima viene sfruttata abilmente per realizzare alcune scene tra le più agghiaccianti dell’intera serie, la più indimenticabile delle quali è certamente un’ecografia che mostra un sacco gestazionale vuoto, e che invece contiene un feto infetto da “code V”, come poco dopo verrà tragicamente dimostrato.

Infine, la stessa parola “vampiro”, troppo legata a un certo tipo di film, non viene mai usata, neanche accidentalmente; al suo posto vengono usati i termini “code V” (la cui V, comunque, ha un ovvio significato) o “leech” (sanguisuga).

Ma l’impostazione scientifica e realista che Ultraviolet dà al tema del vampirismo non si limita alla rivisitazione delle sue caratteristiche: se si cerca il realismo, le consuete scene d’azione devono fatalmente lasciare il passo a qualcos’altro, come indagini, questioni morali, esperimenti (da ambo le parti). Incredibilmente, tutto questo è più che sufficiente a tenere lo spettatore incollato allo schermo dal primo all’ultimo minuto di ciascun episodio. Non è un caso che film come Van Helsing, dopo aver scelto la strada opposta, vale a dire il rinnovamento del genere per mezzo della pura spettacolarità, non abbiano riscosso il successo sperato. In Ultraviolet, invece, basta sostituire il tradizionale paletto di legno con pallottole in fibra in carbonio e così via: il realismo, se ben gestito, diventa sempre un’arma vincente. E la controprova ce la offrono gli sterminati archivi dell’Internet Movie Database, dove soltanto Firefly e X-Files, tra le serie televisive di fantascienza, hanno ottenuto voti migliori di Ultraviolet (che si trova sullo stesso livello di Star Trek: the Next Generation!).

Il solo difetto di questa serie è la sua brevità: l’autore (il britannico JOE AHEARNE) non se l’è sentita di proseguirla dopo il sesto episodio, ritenendo – a torto – di avere esaurito gli spunti principali. I quali, peraltro, non sono pochi, e vengono delineati con chiarezza a mano a mano che la storia si sviluppa dopo la rivelazione iniziale: il quadro generale ci mostra un mondo dove l’esistenza dei vampiri è tenuta nascosta (per evitare panico ed esecuzioni sommarie), e del problema si occupano soltanto alcune speciali – e segretissime – strutture governative, il cui scopo è quello di trovare e “neutralizzare” (ovvero incenerire) tutti i “code V”. Compito non facile, in parte perché questi ultimi continuano a “reclutare” nuovi adepti, ma soprattutto per via della loro rete di complicità tra gli esseri umani “normali”, molti dei quali li ritengono semplicemente dei “diversi” che vengono ingiustamente perseguitati, analogamente a quanto era accaduto, in passato, a zingari, ebrei e così via.

D’altra parte la “questione morale”, che ricorre in tutti gli episodi, è un altro punto di forza di Ultraviolet: è davvero giusto sterminare i vampiri? Siamo sicuri del pericolo che rappresentano? In fondo uccidono solo per difendersi da noi, non “reclutano” nessuno contro la sua volontà, e provano sentimenti analoghi ai nostri (come sembra dimostrare il commovente finale del terzo episodio). O almeno, così sostengono. Fatto sta che mai nessuno, prima d’ora, si era chiesto se un vampiro fosse buono o cattivo, e come bisognasse comportarsi nei suoi confronti. Alla fine, i protagonisti di Ultraviolet, tutti, scelgono la strada consueta: guerra totale, sterminio. Ma, in misura diversa, tutti sono tormentati dalla “questione morale”, a partire dal capo della struttura di cui Michael entra a far parte, il prete cattolico Pearse Harman (l’enigmatico PHILIP QUAST): un tipo strano e riflessivo che preferisce discutere con i vampiri stessi i motivi che li spingono a diventare tali (sesto episodio) piuttosto che celebrare la messa, e che invece di mostrare un rispetto assoluto per la vita altrui non esita a fare abortire una donna fecondata con sperma infetto da “code V” (terzo episodio).

Angie, una dottoressa il cui marito, dopo aver preso con sé una delle loro figlie, è “passato dall’altra parte”, svolge invece il suo lavoro con freddezza, talvolta persino con cinismo (terzo e sesto episodio): ma proprio la sua (apparente) insensibilità le è di costante aiuto per superare il trauma provocato dalla scelta compiuta dal marito, che con ogni probabilità lei ha “neutralizzato” personalmente (le sue ceneri sono conservate, con molte altre, al quartier generale).

Vaughan, il terzo componente del gruppo, è un ex-militare scampato ai vampiri in circostanze poco chiare, nel corso della guerra del Golfo, e deciso a tutto pur di non scendere a compromessi: è lui quello che si fa carico delle missioni più pericolose, e che ha meno scrupoli nel “neutralizzare” il nemico (secondo e quarto episodio).

È sempre lui il protagonista assoluto della scena più ricca di tensione dell’intera serie, quando si ritrova rinchiuso, accanto alle bare di quattro vampiri, in un capannone isolato, senza possibilità di uscirne e con solo 5 minuti prima che il sole tramonti e le bare si aprano (quinto episodio)…

Michael, dal canto suo, è l’uomo dalle decisioni difficili. Anche dopo avere accettato a fatica il destino di Jack, ed essersi unito a Vaughan, Angie e Pearse nella lotta contro i vampiri, continua ad essere tormentato da dubbi e sensi di colpa. Le donne, oltretutto, sono il suo punto debole: Kirsty in particolare, di cui è palesemente innamorato (e ricambiato) ma alla quale non osa dichiararsi, soffocato dalla lealtà verso Jack e dai rimorsi per averlo “neutralizzato” personalmente; ma anche Frances, la sua ex che lavora per i servizi segreti, e che, innamorata di lui senza essere ricambiata, soffre in silenzio, è fonte di molti problemi. I suoi maldestri tentativi di nascondere la verità a Kirsty, servendosi spesso di Frances come intermediaria, non fanno che peggiorare le cose: e quando la prima, nel tentativo di scoprire cosa le nasconde Michael, finisce nelle mani di Jacob, un giornalista destinato a diventare un vampiro (sesto episodio), la serie raggiunge il punto cruciale, i nodi vengono al pettine e i protagonisti, la cui vita non sarà più la stessa, ripartono verso nuove avventure… Ma se l’ultimo episodio si chiude, emblematicamente, sull’immagine di Michael che lascia cadere a terra la sua pistola, incerto sul da farsi, Joe Ahearne non ha più trovato gli stimoli giusti per sviluppare ulteriormente la sua storia. Come si era accennato prima, la motivazione ufficiale parla di “spunti esauriti”; e lo stesso Ahearne, in una serie di interviste, accenna al notevole sforzo, in parte non preventivato, richiesto dalla realizzazione dei sei episodi, e alla sua volontà di non sminuire la serie allungandola all’infinito come avrebbero fatto negli USA.

Tuttavia gli appassionati non sono del tutto convinti: come mai Channel 4, dopo aver prodotto la serie e averne registrato l’enorme successo, non ha mai fatto pressione su Ahearne per fargli superare questa specie di blocco creativo? Si dice che questo network consideri la fantascienza, o il fantastico in generale, un argomento poco serio, e che preferisca spendere i suoi soldi sul “Grande Fratello” ed altri spettacoli – se così li si può definire – di “largo” intrattenimento.

Forse è solo una diceria. Ma in un mondo che è riuscito ad affossare serie di fantascienza del livello di Babylon V, Crusade, Farscape e Firefly, tutto è possibile. Purtroppo.