Un cantico per Leibowitz
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Un Cantico per Leibowitz

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Il romanzo Un cantico per Leibowitz si compone di tre parti, corrispondenti agli originari tre racconti lunghi A Canticle for LeibowitzAnd the Light is Risen e The Last Canticle pubblicati sulla rivista The Magazine of Fantasy & SF tra il 1955 e il 1957, che avevano consentito all’autore, Walter Miller, di raggiungere un notevole quanto meritato successo.

Nella prima parte, “Fiat Homo”, il novizio Francis, in ritiro spirituale quaresimale fuori dalle mura dell’Abbazia dell’Ordine di Leibowitz, impegna il tempo pregando e costruendosi un riparo per trascorrere le notti. La ricercata solitudine e il silenzio meditativo vengono turbati dall’arrivo di un misterioso pellegrino, il quale, dopo qualche fraintendimento, prima di proseguire verso l’Abbazia aiuta il giovane frate segnalandogli una pietra utile a colmare l’ultimo vuoto rimasto nella precaria struttura del rifugio.

Sollevata la pietra da terra, Francis scopre inaspettatamente il passaggio per una grotta sotterranea dove rinviene, semisepolto, un cartello in “inglese prediluviale” con la scritta “Rifugio Sopravvivenza Fallout Posti 15”.

Francis conosce il Fallout solo dalle leggende che gli sono state raccontate: è un demone che egli immagina “metà salamandra… e metà incubo che contaminava le vergini nel sonno”. In effetti i mostri deformi del mondo non erano forse chiamati figli del Fallout? Fattosi coraggio, il novizio avanza nell’ombra e, con suo sommo stupore, trova alcune reliquie del Beato Leibowitz, il martire che fu tra i primi a cercare di preservare la conoscenza scritta dalla distruzione…

Attraverso gli episodi salienti della vita di un monaco dall’animo semplice, che si ritroverà catapultato, suo malgrado, nella complicata dimensione della politica ecclesiastica, il lettore viene lentamente accompagnato nella realtà terribile venutasi a creare in seguito a una guerra atomica scoppiata secoli prima. Le radiazioni hanno reso inabitabili regioni sconfinate e generato veri e propri mostri; l’odio verso i responsabili della distruzione globale ha accecato i superstiti, inducendoli a eliminare chiunque detenesse conoscenze potenzialmente pericolose, fino a bruciare tutti i libri e perseguitare addirittura chi sapesse leggere.

La Chiesa di Nuova Roma cerca di salvare il salvabile. Ma coloro che abbracciano la fede sono semplici copisti senza conoscenza, ostinati conservatori di opere delle quali però non capiscono minimamente il significato.

Nella seconda parte del romanzo, “Fiat Lux”, si assiste a un nuovo Rinascimento che conduce infine alla riscoperta dell’energia elettrica. Mentre risorgono le monarchie e proliferano gli intrighi di palazzo per la conquista dell’egemonia, l’opera amanuense dell’Abbazia di Leibowitz prosegue imperterrita.

Ma la Chiesa di Nuova Roma non è più l’unica depositaria del sapere umano. Un individuo ambizioso e capace, il Thon Taddeo, da completo autodidatta, sta recuperando conoscenze che si credevano perdute. Per completare le sue ricerche necessita di poter visionare gli antichi scritti conservati nell’Abbazia di Leibowitz, quei memorabilia ai quali gli uomini di fede hanno dedicato l’intera loro esistenza.

L’Abate don Paulo ammira il Thon Taddeo, riconoscendone il grande valore di studioso e ricercatore. Teme tuttavia che la sua ricerca, condotta al di fuori della fede, alla luce della sola ragione, possa ricondurre l’uomo ai medesimi nefandi risultati del passato, quando la razza umana aveva rischiato l’estinzione. Inoltre, la confidenza del Thon Taddeo con la nuova monarchia, induce al sospetto che la sua missione non sia solo di ricerca…

L’ultima parte del romanzo, “Fiat Voluntas Tua”, è ambientata in un mondo tornato agli antichi fasti e agli oscuri pericoli. La razza umana ha raggiunto altri pianeti, ma non ha rinunciato alla costruzione di armi atomiche di distruzione di massa. L’Abbazia di Leibowitz è sopravvissuta ai millenni, ma il suo ruolo è notevolmente mutato: la Scienza è di nuovo alla portata di tutti (o almeno di coloro che possono permettersela) e la Chiesa è relegata ai margini della vita quotidiana. La tensione è altissima: il timore che gli eserciti mondiali si scontrino ancora induce Nuova Roma alla realizzazione di un piano quanto mai ambizioso. Viene infatti predisposta un’astronave pronta a partire per la colonia di Alpha Centauri, dove iniziare un nuovo cammino di fede e di evangelizzazione.

Una visione d’insieme

Con Un cantico per Leibowitz, pubblicato nel 1959, Walter Miller vinse il Premio Hugo nel 1961.

Prima di allora l’autore si era segnalato per una quarantina di racconti di fantascienza apparsi su varie riviste a partire dal 1951. Dopo quella data, purtroppo, il nulla.

La stampa di quello che è universalmente riconosciuto come il suo capolavoro coincise infatti con la fine della sua carriera: ritiratosi a vita privata, avrebbe inspiegabilmente smesso di pubblicare.

Forse il livello del “Cantico” era parso a Miller stesso ineguagliabile.

Allontanatosi successivamente anche dalla sua numerosa famiglia e afflitto da depressione, morì suicida nel 1996, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua vita alla stesura del seguito del suo capolavoro originario: Saint Leibowitz and the Wild Horse Woman. L’opera, lunghissima, fu terminata da Terry Bisson (a sua volta vincitore dei premi Nebula e Hugo) e pubblicata postuma nel 1997 (in Italia nel 2010, con il titolo San Leibowitz e il Papa del giorno dopo).

Quale che fosse il giudizio che Miller riservava al suo romanzo è fuori dubbio che Un Cantico per Leibowitz sia opera tanto complessa, per lo sviluppo della trama e per i temi trattati, quanto straordinariamente riuscita, per la profondità delle riflessioni e per la qualità dell’esposizione, con una prosa mai banale, precisa, attenta ai particolari, ai dialoghi e alle descrizioni; che non teme di concedere largo spazio al latino ecclesiastico (spesso non tradotto); che si compiace di ricollegare eventi anche cronologicamente molto lontani fra loro; che varia con ingannevole semplicità dall’ironia spesso affettuosa all’amaro disincanto.

Non possono che suscitare sorrisi l’ingenuità disarmante di Frate Francis all’inizio dell’opera, le follie imprevedibili del Poeta nella seconda, lo strano duello tra un perseverante anziano Abate, Don Zerchi, e una avveniristica macchina (“l’Abominevole Autoscrivano”) all’inizio della terza. Eppure il lettore non dimentica le aride distese radioattive fuori dall’Abbazia, il dolore di Don Paulo, il mistero che avvolge una parte degli avvenimenti narrati, presagendo la prossima tragedia e la mancanza di un lieto fine.

All’ironia riservata ad atteggiamenti e debolezze, si affianca il rispetto per l’uomo, per i suoi valori e per le sue scelte: di fronte all’aridità del mondo e alla follia delle masse, di fronte al dolore e alla prevaricazione, i singoli individui, per quanto umili nelle capacità e negli obiettivi, si ergono quali coerenti modelli morali. Così, senza quasi accorgersene, rapito dal ritmo degli eventi che, in un cerchio tristemente perfetto, ripercorrono per molti aspetti quelli del passato, il lettore si ritrova a confrontarsi con gli stessi dilemmi e a tentare di dirimere i medesimi conflitti – quanto mai attuali e presenti – dei protagonisti del romanzo, mai soltanto passive vittime del contrasto tra fede e ragione, tra religione e scienza.

Nel romanzo, Miller ha in effetti trasfuso le proprie esperienze, i propri dubbi, il proprio dissidio interiore. Nato da genitori cattolici, si arruolò nell’aviazione americana durante il secondo conflitto mondiale, partecipando così a più di cinquanta missioni su territorio italiano e balcanico. Particolarmente traumatici risultarono per lui il bombardamento e la distruzione dell’Abbazia di Montecassino.

Nella realtà storica, un centro di sapere religioso viene distrutto dalla furia cieca e irrazionale della guerra; nell’immaginario del romanzo, proprio un’abbazia è tra le pochissime strutture superstiti dopo la distruzione nucleare.

Come nel Medioevo, l’Abbazia diviene luogo di recupero e così di salvezza per conoscenze di ogni ordine e tipo. La conservazione è parziale e portata avanti da uomini che non comprendono se non in minima parte quello che hanno tra le mani: significativamente, tra i memorabilia finiscono non solo libri, ma anche appunti, disegni tecnici, grafici. Viene addirittura considerata reliquia del beato Leibowitz una lista della spesa.

Ma se, da un lato, l’incapacità di comprendere può essere metaforicamente letta come abissale distanza tra due mondi che non hanno modo di incontrarsi, la disperata lotta dei monaci che, a rischio della propria vita, tentano di porre al sicuro ciò che un domani potrebbe riportare agli uomini sicurezza e benessere, illumina, dall’altro la possibilità di un rapporto, di un contatto, di una sinergia.

Il punto di vista della Chiesa è apparentemente semplice; è il precetto sinteticamente espresso da Don Paulo nella seconda parte del romanzo: la scienza che non sappia riconoscere i propri limiti è destinata a ripercorrere le medesime tragiche tappe che hanno rischiato di privare l’umanità del proprio futuro. A definire questi limiti non può essere chiamata che la superiore coscienza dell’uomo donata da Dio, sotto l’ala protettrice e maestra della Chiesa.

Ma se nella seconda parte del romanzo l’incontro tra scienza e fede è evidentemente caldeggiato, nella terza parte la possibilità di un equilibrio diviene punto critico, come appare evidente in uno degli ultimi temi affrontati: l’eutanasia. I contaminati dalle radiazioni sono destinati a indicibili sofferenze; Don Zerchi, ultimo Abate dell’Abbazia di Leibowitz ne è consapevole e ha pietà per loro. Tuttavia, trovatosi di fronte ad una giovane madre che vuole porre fine alla sua vita e a quella della figlia in tenera età oramai condannata, lotterà con ogni sua forza per impedire loro il gesto estremo. La tensione di quelle pagine è vibrante d’angoscia: il conflitto tra il voler risparmiare dolore all’innocente per antonomasia e la strenua difesa di un principio assoluto è evidente e irrisolvibile.

Del resto, sebbene l’ottica attraverso la quale il lettore si trova a leggere gli avvenimenti sia prevalentemente quella cattolica – i protagonisti sono in maggioranza monaci – invano si cercherebbe nell’opera un’imposizione dottrinale o fideistica. Se Miller ben comprende le ragioni della Chiesa – se non sotto il profilo meramente logico, quantomeno in virtù della coerenza verso princìpi saldi – non può abbracciarle certo acriticamente.

Ciò non stupisce: Miller non ha creato un quadro geometrico perfetto che chiude e obbliga. Ha dato voce a dissidi interiori, ad aporie, a conflittualità irriducibili: l’individuo è sospeso tra una realtà che si analizza, misura e pesa, e un’altra che si può distinguere solo con un atto di fede. E, al margine, il mistero, l’incomprensibile.

Ecco allora, nella terza parte del romanzo, ricomparire un personaggio già apparso nella prima pagina (il pellegrino) e protagonista di diversi episodi nella seconda parte, migliaia di anni prima. Si direbbe un immortale, un santo. Ma qual è il suo soteriologico ruolo? Anche i più illuminati tra gli Abati non saranno in grado di comprenderne i segreti. E con loro neppure il lettore.

L’immortalità appare semplicemente attesa fedele della realizzazione di una promessa, forse di nulla più che un segno.

Di fronte alla tragedia umana, il lettore, privo di sicuri baluardi, si ritrova allora nuovamente e improvvisamente solo.

Il mondo del romanzo di Miller, dopo il dolore e l’angoscia, dopo il dubbio che ha travolto almeno apparentemente ogni certezza, si apre tuttavia alla speranza, quella che evidentemente il suo creatore non avrebbe invece saputo trovare. Una speranza lontana, in un altro mondo, dove tutto può ricominciare o ripercorrere ciclicamente i medesimi passi.

La complessità dell’opera risulta poi accentuata, sotto più profili, dall’ingombrante presenza di alcuni personaggi, per esempio la signora Grales, mutante bicefala che sembra, per alcuni aspetti, riunire in sé la dualità che segna l’intera opera: equilibrio e follia, salvezza e condanna, purezza e contaminazione.

Assoluta è infine l’attualità del romanzo, il quale, rifuggendo da descrizioni stucchevoli di improbabili realizzazioni tecnologiche, tratteggiando un mondo credibile per nulla appiattito su stereotipi, mantiene ancora oggi, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, tutta la forza persuasiva e l’originalità di allora.