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Underworld

Il mondo nascosto, la realtà alternativa celata ai più, alla quale il titolo fa riferimento, è quella dove Selina, vampira guerriera, veste i panni di “agente di morte”, al soldo dei propri simili, votata alla causa: sterminare i Lycan, uomini costretti a vivere nelle tenebre del complesso fognario cittadino, capaci di trasformarsi in lupi antropomorfi.

La faida fra le due fazioni va avanti ormai da secoli, tanto che nessuno ne rammenta più le origini…o forse preferisce non ricordarle. E l’epilogo del perpetuo confronto sanguinario fra le due specie dovrà coincidere con lo sterminio totale di una di esse.

Desta l’attenzione della battagliera protagonista il singolare complotto ordito dai Lycan: rapire l’umano Micheal Corvin, giovane medico, nelle cui vene sembra scorra il sangue di colui che diede vita ad entrambe le razze. L’obiettivo è quello di creare un essere nel quale le caratteristiche di entrambe le specie si fondano, una creatura potentissima in grado di porre fine alla lotta.

Sarà Selina a salvare l’inconsapevole Corvin dai molteplici attacchi dei Lycan. Allo stesso modo, il giovane soccorrerà la vampira, momentaneamente fuori combattimento dopo un violento colpo ricevuto. A complicare la situazione ci sarà l’entrata in scena di Viktor, signore dei vampiri, svegliato anzitempo da un sonno secolare.

Si avvicenderanno poi tradimenti, scoperte inquietanti, fughe, intrecci shakespeariani, duelli sanguinosi e poi ancora duelli sanguinosi, un bacetto, e poi ancora lotte, sangue e duelli… e il finale più aperto della storia del cinema dopo quello di X-Files.

E se il famoso poster di Mulder diceva “I want to believe”, allora voglio tentare anch’io: voglio credere che LEN WISEMAN non appartenga a quella folta comunità di registi che sgomitano tra loro per riempire le sale in estate, quando il caldo è troppo e la mente del pubblico perde lucidità ringraziando il cielo.

Voglio credere che sia un caso scoprire, scena dopo scena, che quanto ci hanno venduto assieme al biglietto come “ultima uscita”, sia invece un copia e incolla di Terminator, Matrix, Batman, Il Corvo…

Ma sopra ogni cosa voglio credere, anzi, ho bisogno di credere che – al di là di un prodotto che nasce con le stesse aspettative di un McMenu, un consumo fulmineo che non richiede dispendio energetico… nel nostro caso cerebrale – Underworld, seppur in maniera decisamente superficiale, sia capace di narrare molto più di quanto vuol dare a vedere.

Se presentarsi allo spettatore etichettandosi spontaneamente quale film “usa e getta” è una tattica commerciale, un mirino direttamente puntato contro la massa, nel tentativo di compiere una strage a tappeto, è anche vero che schivando il proiettile per poi sezionarlo a fondo, si possono scovare, in profondità, molto in profondità, tracce di “chiavi narrative” di un certo spessore… terreno poco battuto dagli abitanti del “blockbuster world”.

Da premiare poi, se si pensa che di opera prima si sta parlando, la scelta ardita di convogliare in un’unica trama le mitiche figure dei vampiri e dei licantropi: si rischia la feroce rappresaglia di un pubblico fortemente legato a questi panorami fantastici, specializzato a riguardo.

Proprio per tale motivo nasce il dilemma di quale sia la strada più felice da seguire una volta ritrovatisi di fronte al bivio: sviscerare in toto e con dovizia di particolari il panorama fantasy in questione, oppure optare per una visione alternativa di una trama che non cela poi molto visto che mutua gran parte di sé dalla famosa pubblicazione della WHITEWOLF?

Wiseman, probabilmente conscio che abbracciare – e mai termine sarebbe stato più azzeccato di questo – solamente un pubblico elitario sarebbe una scelta controproducente, si dedica a rappresentazioni alternative senza dimenticare però, neppure per un secondo, che tutto poggia su un mito solido da non alterare.

È con questa ottica, con questo parallelismo filmico che l’oscurità di una città tanto cupa quanto anonima fa da sfondo alle gesta di creature secolari, dalla cultura sedimentata.

E piuttosto che perdersi in verbosi distinguo tra i vari clan dei vampiri e le diverse usanze delle razze, la pellicola ci pone al cospetto di un confronto molto più complesso e universalmente riconosciuto rispetto alla elementare diatriba apparentemente protagonista.

La netta frattura delle due fazioni, sottolineata da usi e costumi suggeriti scena dopo scena, è non solo quella tra Vampiri e Lycan, ma anche il riflesso stesso di una lotta di classe, di un tentativo di fuga dalla schiavitù, dove i secondi sono vittime dei primi.

Ecco dunque scattare un meccanismo che il cinema come ogni forma comunicativa non deve mai dimenticare, il processo di identificazione, perché tutti ci sentiamo licantropi, siamo tutti poveri in mezzo al lusso, tanti piccoli Ettore gettati contro la lancia di Achille. Un livello connotativo della narrazione che faccia leva su un realismo emozionale è la scelta di Wiseman e compagni, riuscirci davvero un traguardo di non poco conto nella babilonia degli action-movie.

A nulla sarebbero valsi tanti sforzi senza il solido appoggio di un cast particolare, non da Academy Awards intendiamoci, ma funzionale al proprio ruolo.

Stupisce non poco ritrovare KATE BECKINSALE, solitamente impegnata in romanticherie di stampo hollywoodiano, vestire in latex con una disinvoltura da far invidia a tutti i batman di ultima generazione. Ci lascia leggermente meno di stucco trovarla impegnata in evoluzioni acrobatiche e sparatorie al limite del paradossale: comprendiamo che dopo aver lavorato con Affleck una donna deve pur imparare a difendersi. L’espressività fa leva su uno sguardo di ghiaccio e un volto teso, sempre e comunque… giustamente nei momenti ad alto contenuto emozionale Selina si lascia andare per mostrarci… occhi di ghiaccio e volto teso. Del resto il suo non è un impiego in banca e il tempo per rilassarsi è decisamente esiguo.

Al suo fianco c’è il comunemente noto ex-fidanzato di Felicity, al secolo SCOTT SPEEDMAN. Indubbiamente bravo nel rendere l’idea di qualcuno che senza sapere né come né perché si ritrova tutto solo a doversela vedere con “cose che voi umani non potreste immaginare”. Innegabile la prestanza fisica che fortunatamente non offusca la sua interpretazione intessuta su un perenne stato confusionale, reso al meglio da un volto che la cinepresa mostra apertamente di adorare.

Il vero fiore all’occhiello è rappresentato dal semi-sconosciuto MICHEAL SHEEN che, merito di una solida gavetta teatrale alle spalle, dà vita al suo Lucien, capo dei Lycan, in maniera ineccepibile. Alla testa di un gruppo di creature brutali e feroci, rivendica uno status di umanità trafugatogli ormai da secoli. Tale desiderio traspare sia dalle ammonizioni che rivolge ai suoi, sia dalla convinzione di trovarsi dalla parte giusta della barricata. Lucien è il filo di Arianna che Wiseman ci tende timidamente. In questo riportare il mondo fantastico narrato ad una pseudo-umanità vi sono le tracce di un rifiuto della superficialità. Poiché è palpabile il disagio del licantropo nel sentire l’oppressione di una cultura, disagio che poi riuscirà a trasmettere a Selina.

Non per gli effetti speciali di ottima fattura, non per la tutina della Beckinsale, non per il fantasy che da Peter Jackson in poi sarà pane quotidiano di cinema e tv, ma per il timido coraggio nel sussurrare attraverso alcune scene un concetto di ieri, di oggi e di domani: cultura! Non come celebrazione maniacale di ciò che è proprio, bensì cultura come curiosità per ciò che è diverso.

È ciò che offriamo agli altri e quello che negli altri cerchiamo, non la semplice ripetizione di ciò che abbiamo decretato indissolubilmente nostro: Selina si scopre umana a fianco di Micheal, al tempo stesso lei gli insegna a convivere con la sua nuova dimensione bestiale. Del resto nessuno definisce colto colui che conosce la propria lingua, e gli sviluppi narrativi del film proseguono su questa linea, intensificandone sempre più il concetto con coraggio, per disvelarsi totalmente in un finale prevedibile quanto appropriato: Micheal, emblema di quella fusione culturale suggerita scena dopo scena, diviene vampiro e licantropo in uno stesso corpus; nella sua metamorfosi è celato il desiderio tanto agognato da Lucien, il superamento di una barriera culturale madre di ignoranza e… come ogni action-movie che si rispetti l’annientamento del cattivo di turno. E che annientamento! Solo pochi indizi: spada, testa, cervello; e se tenete conto che non è Viktor ad impugnare la spada e che la testa, con ciò che c’era dentro, finisce per abbandonarlo, una parola è troppa e due sono poche…

Un vero peccato, scelta troppo comoda, troppo commerciale e poco artistica, chiudere questa mini-epopea gotica con un finale che piuttosto che congedare gli spettatori gli impone di tenersi in caldo la poltrona. Un modo come un altro per gettare al vento quei piccoli spunti disseminati qua e là che anche se solo per pochi attimi hanno dato al film la possibilità di saltare il fosso, un tentativo di uscire dal limbo del cinema da pop-corn.

Urge una rassicurazione: esiste un seguito. Il dilemma è: Wiseman avrà trovato l’antidoto a questo brutto virus che lo costringe al giogo delle leggi di mercato? Voci di corridoio parlano di stadio terminale della malattia… ovvero no.

Ma Mulder voleva credere… e anche noi: credere che qualche slancio brillante, fuori dagli schemi usuali, che una mano sapiente nel dirigere scene d’azione di elevata fattura (a volte un po’ kitsch, lo ammettiamo) facciano di Underworld due ore di intrattenimento disimpegnato ma capace di sfoderare una marcia in più, un filo di coraggio per determinare un risultato lodevole a 360°.

E se con vampiri e licantropi sarebbe potuta andare meglio, per una volta la realtà è davvero tanto più favolosa della fantasia… se sei il regista e sposi la protagonista.