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Universo

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Anteprima testo

La spedizione del 2119 verso Proxima Centauri, finanziata dalla Fondazione Jordan, fu il primo tentativo di cui si abbia notizia fatto dall’uomo per raggiungere le più vicine stelle di questa galassia. Si ignora quale ne sia stata la sorte. In proposito si possono fare soltanto supposizioni molto vaghe.

FRANKLIN BUCK
Le avventure della moderna astrografia
Edizioni Lux Transcriptions, 3.50 cr.

— Attenzione, c’è un mutante laggiù!

Al grido d’allarme, Hugh Hoyland si abbassò, raggomitolandosi su se stesso. Un proiettile metallico a forma d’uovo colpì la paratia a un centimetro dalla sua testa, rischiando di fracassargli il cranio. Hoyland si era piegato con uno scatto tale che i suoi piedi si erano sollevati dalle lastre del pavimento, e prima di toccare di nuovo il suolo spinse energicamente i piedi contro la paratia alle sue spalle, lanciandosi in avanti. Si proiettò in posizione orizzontale lungo il passaggio, con il pugnale in mano.

Girandosi in aria, frenò il proprio slancio puntando i piedi contro la paratia metallica, proprio nel punto da cui il mutante lo aveva attaccato, e ricadde lentamente in piedi. Il restante tratto del passaggio era deserto. I suoi due compagni nel frattempo lo avevano raggiunto, scivolando con strani movimenti lungo il pavimento.

— È fuggito? — chiese Alan Mahoney.

— Sì — rispose Hoyland. — Ho fatto in tempo a vederlo mentre si infilava in quel boccaporto. Una femmina, direi. Mi è sembrato avesse quattro gambe.

— Due gambe o quattro, ormai non l’acchiappiamo più — osservò il terzo uomo.

— E chi Huff lo voleva prendere? — protestò Mahoney. — Io no di certo!

— Ma io sì! — ribatté Hoyland. — Per Jordan, se avesse mirato un centimetro più in basso, adesso sarei già pronto per il Convertitore.

— Ma è possibile che nessuno di voi due riesca a dire tre parole senza metterci una bestemmia? — li rimproverò il terzo uomo. — E se il Capitano vi sentisse?

Nel nominare il Capitano si toccò la fronte con un gesto di reverenza.

— Oh, per l’amor di Jordan — sbuffò Hoyland — non essere così rigido, Mort Tyler. Non sei ancora uno scienziato, in fin dei conti. Credo di essere osservante almeno quanto te… ma non è un peccato mortale dare sfogo ogni tanto ai propri sentimenti. Anche gli scienziati lo fanno. Li ho sentiti con le mie orecchie.

Tyler aprì la bocca per ribattere, ma ci ripensò e lasciò perdere.

Mahoney prese Hoyland per il braccio.

— Dammi retta, Hugh — lo pregò — andiamocene via di qua. Non ci siamo mai spinti così in alto. Non mi sento tranquillo… Ho bisogno di tornare dove posso sentire un po’ di peso sui piedi.

Hoyland guardò con rimpianto il boccaporto da cui il suo assalitore era scomparso, continuando a stringere l’impugnatura del coltello. Si rivolse quindi a Mahoney.

— D’accordo, ragazzo — disse. — Abbiamo molta strada da fare per tornare indietro.

Si voltò e iniziò a strisciare verso il boccaporto da cui avevano raggiunto il livello dove si trovavano ora; gli altri due lo seguirono. Senza servirsi della scaletta che avevano utilizzato per salire, Hoyland si lasciò cadere nell’apertura, scendendo con un lento ondeggiamento fino al ponte posto cinque metri più sotto, con i due compagni a breve distanza. Un altro boccaporto, poco lontano dal precedente, li fece accedere al ponte di un livello ancora inferiore.

Giù, giù, giù, scesero sempre più giù, attraverso decine e decine di ponti, tutti silenziosi, poco illuminati, misteriosi. A ogni nuovo livello, i loro corpi cadevano più rapidi e l’impatto con il pavimento era un po’ più duro.

Mahoney alla fine protestò.

— Non credi che sarebbe meglio usare le scale ora, Hugh? Quest’ultimo salto mi ha quasi fracassato le gambe.

— Come vuoi. Ma impiegheremo più tempo. Quanto manca? Qualcuno ha contato i livelli?

— Ce ne sono ancora settanta per arrivare alla zona verde — rispose Tyler.

— Come fai a saperlo? — chiese Mahoney, sospettoso.

— Li ho contati salendo, stupido. E, scendendo, ho diminuito di uno a ogni ponte.

— Non ci credo. Soltanto uno scienziato può fare questi calcoli. Solo perché stai imparando a leggere e a scrivere, credi già di sapere tutto?

Hoyland intervenne prima che la discussione degenerasse in una lite.

— Piantala, Alan. Può darsi che lui li sappia fare. È molto portato per queste cose. E, comunque, i ponti da scendere non dovrebbero essere più di settanta: comincio a sentirmi abbastanza pesante.

— Forse preferisce fare i conti con la lama del mio coltello!

— Piantatela, ve l’ho già detto! Lo sapete che fuori dal villaggio i duelli sono proibiti. È il Regolamento.

Ripresero a scendere in silenzio, percorrendo rapidi le scale, fino a quando il peso, che cresceva a ogni nuovo livello, li costrinse a un’andatura più lenta.

Alla fine raggiunsero un livello ben illuminato e alto più del doppio rispetto ai ponti superiori. L’aria era umida e calda, la vegetazione impediva la visuale.

— Ci siamo, finalmente — disse Hugh. — Ma non ho mai visto questa fattoria. Dobbiamo essere scesi lungo un percorso diverso da quello che abbiamo seguito per salire.

— C’è un contadino — disse Tyler. Si avvicinò i mignoli alle labbra e fischiò, poi gridò: — Ehi, compagno di viaggio! Dove ci troviamo?

Il contadino li squadrò attentamente prima di indicare, con pochi monosillabi pronunciati di malavoglia, dove si trovava il passaggio principale che li avrebbe riportati al loro villaggio.

Percorsero a passo spedito un’ampia galleria, lunga circa tre chilometri, abbastanza trafficata: viaggiatori, facchini, qualche sporadico carrettino, un distinto scienziato che procedeva rapido su una portantina trasportata da quattro attendenti muscolosi, preceduto dal suo aiutante, incaricato di sgombrare la strada dai comuni passanti. Alla fine, arrivarono alla zona comune del loro villaggio, alta tre ponti e larga forse dieci volte tanto. I tre si separarono e ognuno andò per la sua strada. Hugh si diresse al suo alloggiamento nella caserma dei cadetti, i giovani scapoli che non vivevano con i genitori. Dopo essersi lavato, si recò nei compartimenti di suo zio, presso cui lavorava per guadagnarsi da vivere. Quando entrò, sua zia alzò gli occhi ma non disse nulla, come si conveniva a una donna.

— Ciao, Hugh — disse lo zio. — Sei andato ancora in esplorazione?

— Lauto pasto, zio. Sì.

L’uomo, flemmatico e dotato di buonsenso, sorrise con indulgenza.

— Fin dove ti sei spinto e che cosa hai trovato?

La zia, che era uscita in silenzio dal compartimento, ricomparve con la cena di Hugh e gliela pose davanti. Il giovane ci si avventò sopra, e non gli passò neanche per la mente di ringraziare. Prima di rispondere inghiottì un boccone.

— Siamo saliti in alto. Ci siamo arrampicati fin quasi al livello del non peso. E un mutante ha cercato di spaccarmi il cranio.

Lo zio si mise a ridacchiare.

— Ci rimetterai la pelle un giorno o l’altro in uno di quei passaggi, ragazzo. Sarebbe meglio che ti occupassi un po’ di più dei miei affari, in previsione del giorno in cui morirò e mi toglierò dai piedi.

Hugh fece un’espressione corrucciata.

— Ma tu, zio, non hai proprio nessuna curiosità?

— Io? Ho curiosato abbastanza da giovane. Sono arrivato sino in fondo al passaggio principale e sono tornato al villaggio. Ho attraversato tutto il Settore Buio, con un branco di mutanti alle calcagna. Vedi questa cicatrice?

Hugh diede alla cicatrice un’occhiata di cortesia. L’aveva già vista un’infinità di volte e aveva sentito raccontare la storia fino alla noia. Un solo giro della Nave… figurarsi! Lui voleva andare ovunque, vedere tutto e scoprire il perché delle cose. Per esempio, quei livelli superiori… se agli uomini non era lecito arrivarvi, perché Jordan li aveva creati?

Ma tenne per sé i suoi pensieri e continuò a mangiare.

Lo zio cambiò discorso.

— Ho occasione di andare dal Testimone. John Black sostiene che gli devo tre maiali. Vuoi venire anche tu?

— Ecco, veramente no, credo di no. Aspetta… ma sì, ti accompagno.

— Sbrighiamoci, allora.

Si fermarono alla caserma, dove Hugh sosteneva di dover sbrigare una faccenda. Il Testimone viveva in un piccolo compartimento maleodorante sul lato opposto della zona comune, proprio di fronte alla caserma, dove poteva essere facilmente rintracciato da chiunque avesse…

Universo (Orphans of the Sky, di Robert A. Heinlein)

Tit. originale: Orphans of the Sky

Anno: 1941/1963

Autore: Robert A. Heinlein

Edizione: Mondadori (anno 2014), collana “Oscar – I grandi della fantascienza”

Traduttore: Antonangelo Pinna

Pagine: 166

ISBN: 8804640561

ISBN-13: 9788804640561

Dalla copertina | Il primo labirinto di cui abbiamo notizia è quello del palazzo di Cnosso dove era stato condannato a vivere, in attesa che Teseo lo giustiziasse, il Minotauro. Dentro a un labirinto ci porta anche Robert A. Heinlein questo libro, dipingendo un’atmosfera claustrofobica che esalta anfratti, spazi, angoli dimenticati, scale, ponti su ponti in mezzo ai quali scorre la vicenda. Lo scenario è quello di una gigantesca astronave, talmente grande da costituire un universo, in cui a essere braccati sono, come nel mito antico, i diversi, i mutanti, nati e cresciuti deformi in seguito a radiazioni nocive e che, come il mostro della leggenda, hanno insieme il ruolo del cattivo e della vittima. Così come cattivi e vittime possono apparire gli umani che si scontrano con loro. In mezzo, un ragazzo, Hugh Hoyland: l’uomo solo in grado di decidere per il bene della comunità, l’eroe incorruttibile in lotta perenne a difesa della libertà. Uscito in due parti nel 1941, e ripreso nella sua versione attuale nel 1963, “Universo” è il frutto di una stagione particolarmente felice della fantascienza.