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V for Vendetta

Tempo fa, volendo convincere una persona che i fumetti non sono solo avventura o divertimento per bambini, le ho offerto questo volumetto.

Le è piaciuto ma, restituendomelo, ha tenuto a precisare che non era un fumetto: per lei era un romanzo sperimentale (l’esperimento consisteva appunto nell’essere fumetto anziché romanzo)!

Con tanti saluti a chi crede che basti l’evidenza dei fatti per far cambiare idea a una persona.

LA TRAMA

V for vendetta è una miniserie uscita nei primi anni ottanta, e ambientata nel 1997/98 (all’epoca il futuro prossimo), in un’alternativa Gran Bretagna retta da una dittatura fascista che opera attraverso organizzazioni i cui nomi s’ispirano alle parti del corpo: l’occhio, il naso, il dito, la testa. Le minoranze etniche e gli omosessuali sono state sterminate. L’arte non esiste più. L’autorità viene esercitata con brutalità meschina.

Un misterioso personaggio mascherato salva una ragazza, Evey, dalle forze di polizia e la porta nel suo rifugio. Si fa chiamare V. La sua maschera riproduce GUY FAWKES, personaggio famoso nella storia britannica per avere tentato di fare esplodere il Parlamento.

Di V veniamo a sapere che è stato imprigionato e usato come cavia per testare alcune droghe, e che gli esperimenti lo hanno in qualche modo cambiato rendendolo più… “carismatico”. Non vediamo mai il suo volto né scopriamo per quale ragione fosse stato arrestato. Sappiamo solo che è in cerca di vendetta per i soprusi patiti. Ascoltiamo i suoi discorsi in cui esalta l’anarchia, distinguendola dal caos e dalla legge del più forte (ciò che lui definisce “la terra di prendiarraffa”).

Attorno alla storia principale, che è quella di V e del suo bizzarro e perverso ruolo di pigmalione nei confronti di Evey, la narrazione si snoda lungo le trame secondarie di alcuni funzionari e delle loro mogli. Tutti variamente impegnati a dare la caccia a V oppure a complottare l’uno contro l’altro.

Entrare nei particolari sottrarrebbe qualcosa al piacere della lettura, perché V for vendetta è soprattutto V; il resto è solo sfondo. Evey è l’interlocutrice privilegiata che discute col protagonista e viene costretta a riviverne le esperienze così da poterlo comprendere. La dittatura è vile, priva di ogni grandiosità, perchè possa invece meglio risaltare la grandiosità di V. Raramente è capitato di vedere un’opera così incentrata sul carisma di un unico personaggio. Ancora più raro poi è il caso di un personaggio in grado di reggere una simile attenzione senza scadere nel ridicolo.

V riesce in questa impresa quasi miracolosa. Il suo modo di esprimersi è colto, ironico, riflessivo, ricco di sfumature e allusioni. Le sue idee sono radicate e convincenti, la sua presentazione è affascinante. Ma c’è sempre, sotto le righe, una sostanza troppo estrema perché la si possa accettare del tutto, nel modo semplicistico in cui si fa solitamente con le idee di un eroe dei fumetti.

V assurge a qualcosa di più che umano. “Sotto questa cappa non ci sono nè carne nè sangue da uccidere, c’è solo un’idea”, dice, confrontandosi finalmente con il detective che lo ricercava. Rappresenta l’elemento destinato a infrangere la realtà usuale per istituire una nuova realtà.

E come svolge questo compito a livello nazionale, attraverso i suoi attentati, così lo svolge anche a un livello più personale con Evey, riforgiandone la psiche attraverso una serie di traumi, fino a farle raggiungere un’illuminazione che la trasformerà nella prossima V.

L’AUTORE

Alan Moore nasce nel 1953 in Gran Bretagna. A partire dai primi anni ottanta ha portato nei fumetti una visione adulta e sperimentale che parecchio è servita per rinnovare il genere, in particolare nell’ambito del fumetto supereroistico, da lui rivoluzionato con opere revisioniste: da Swamp thing al capolavoro Watchman, alla più recente e ironica serie di Top Ten, ambientata in una società in cui i superpoteri sono la norma.

Recentemente i suoi fumetti sembrano avere attirato l’attenzione di Hollywood: From Hell è tratto da una sua miniserie dedicata a Jack lo squartatore, e La lega degli uomini straordinari’, con molte libertà, da un’altra sua miniserie in cui si sforza di collegare il maggior numero possibile di personaggi della letteratura vittoriana. Si è parlato per qualche tempo di Terry Gilliam per un possibile adattamento di Watchmen (il progetto è poi passato in altre mani e la situazione rimane piuttosto nebulosa). Il film tratto da V for vendetta è il prodotto più recente di questa tendenza e si avvale del talento dei fratelli Wachowski, che però si limitano a firmarne la sceneggiatura.

V È IL NUOVO NEO?

Sapendo che i Wachowsky si sono interessati a questo fumetto, viene naturale il confronto con l’opera più famosa del duo registico, ovvero, per chi fosse sbarcato solo adesso su questo pianeta, Matrix.

Nulla che meriti di prendere particolarmente sul serio, beninteso. Poco più di un gioco.

Ci sono elementi in comune tra V e Neo: entrambi sono personaggi carismatici, capaci di percezioni ben al di là dell’uomo comune. Troviamo in V una tendenza alle allusioni colte e sibilline che ben si apparenta con il linguaggio che la trilogia di Matrix ha usato per dare un’impressione di profondità.

In questo senso, V può essere accostato sia a Neo che all’oracolo, essendo tanto elemento attivo nella rifondazione della società quanto guida iniziatica nei confronti di Evey.

Un altro elemento in comune tra le due opere è il sovrapporsi di livelli diversi di realtà: nettissimo nel caso di quella virtuale della matrice, più sottile e variegato in V.

Anche qui, infatti, abbiamo una sorta di realtà virtuale, se si assume per questo termine la definizione alquanto ampia di inganno dei sensi. Abbiamo l’inganno con cui V fa rivivere a Evey la sua prigionia, abbiamo la propaganda di regime che, a suo modo, genera anch’essa una sorta di inganno, abbiamo una sequenza vissuta attraverso droghe allucinogene. Abbiamo infine V stesso. Sappiamo che è stato una cavia per droghe sperimentali e che la sua mente è in qualche modo diversa. La realtà stessa, di cui V ci fornisce la sua interpretazione, è quindi naturalmente un po’ distorta.

Un po’ come l’interpretazione della persona di cui parlavo all’inizio, secondo cui un fumetto ben scritto non può essere un fumetto.