Paolo Spaziosi
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Vicoli improbabili

A volte capita di prendere la strada sbagliata e di trovarsi all’improvviso a fissare i mattoni rotti e sporchi del muro di un vicolo cieco.

Può anche accadere, per lo stesso strano caso, che la tua attenzione sia catturata per un istante dagli stralci rimasti di un vecchio manifesto, attaccato ancora al muro per qualche strano motivo che la città si guarda bene dal rivelare.

Magari eri sovrappensiero. Magari chissà, forse stai invecchiando. Ma, davvero, non ce la fai a ricordare quali improbabili vie ti abbiano portato qui.

Questo vicolo è stato dimenticato dalla città, lo sai. È rimasto così, chiuso, muto nella sua rientranza urbana. Nel cuore del buio, qualche metro nell’oblio, nudo di mattoni strani, senza gatti, senza spazzatura; vuoto vicolo vano. Su questo manifesto che stai guardando, sulla sua carta secca e gialla, riesci a distinguere il disegno di un volto sporco, dai tratti grossolani, irriconoscibile dopo tutti gli anni passati sotto le intemperie. Si capisce, però, nonostante il grande strappo – che ha portato via l’occhio destro e parte della guancia, rivelando gengive nere e denti rotti – che è stato disegnato a mano. I capelli sono radi: a poco a poco, la città ci ha respirato sopra, facendoli cadere uno ad uno. Ma uno strano lucore permane nell’occhio umido che ancora si vede sopra il ghigno.

Può accadere che non si riesca a distogliere lo sguardo da un occhio del genere – non per molto, almeno – e che si riesca a sentire solo il proprio cuore che batte in petto, il sangue che rimbomba nelle orecchie, la gola che si secca per far spazio all’amaro e alla polvere.

E poi, all’improvviso, senza capire come, lo sai.

Ogni volta che qualcuno si perde in una città, questo volto sorride e chiama a gran voce, nella luce dei lampioni. La sua eco vibra insieme ai neon e ai vetri dei negozi, sibila nel gas delle tubature, ride nelle fogne assieme ai ratti. E leva il suo grido verso la città muta, la madre dei palazzi ciechi, che sta in ascolto.

E tu sei lì, adesso, e forse ti stai ancora chiedendo come sia potuto accadere che la strada e la sorte ti abbiano portato proprio in quel luogo, in quel momento, come sia riuscito il caso a creare una circostanza del genere, quali siano le meccaniche di leggi ignote che hanno guidato ogni tuo passo verso un vicolo che non avevi mai visto, né previsto.

E come spesso accade, te ne accorgi quando ormai è troppo tardi; è il tuo volto, quello nel manifesto, e non quello di un altro.

E da adesso in poi continuerai a chiederti, ancora e ancora, se passerà mai qualcuno, se mai qualcuno libererà te, da questo vicolo dimenticato.

Proprio come tu hai liberato, ora, quelle spalle che se ne stanno andando e che si voltano solo un istante per mostrarti un ghigno soddisfatto, benché privo di un occhio.