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Waterworld

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“Oceano: la massa d’acqua che occupa circa i due terzi del mondo destinato all’uomo, il quale peraltro non ha branchie”: lo disse lo scrittore AMBROSE BIERCE più di cento anni fa, con il sarcasmo che contraddistinse molte sue opere. Ci rifletté sopra KEVIN COSTNER nel 1995, con un’ironia inconsapevole, interpretando uno di quei film che “segnano” la storia del cinema e ancor più la carriera di chi vi prende parte.

Lo spettatore fu l’unico a uscirne con le ossa non troppo malconce, perché i soldi del biglietto non furono niente in proporzione a quello che venne definito il progetto cinematografico fino ad allora più costoso mai realizzato.

Quante cose si potrebbero fare con 175 milioni di dollari del 1995? Si potrebbe girare Apollo 13 per tre volte, di Strange Days ne potremmo realizzare benissimo tre e mezzo più un altro Balla coi Lupi e qualche milione d’avanzo. Questo per dire due cose: la prima che per creare un capolavoro non basta avere le tasche piene, la seconda che Costner lo preferivamo quando faceva l’indiano.

A onor del vero, un flop di dimensioni bibliche non andrebbe imputato al solo nome di richiamo che lo rappresenta ma anche alle cattive compagnie di cui costui si circonda: c’è un regista, KEVIN REYNOLDS, e ci sono degli sceneggiatori che hanno contribuito col loro sigillo di professionalità. È però toccato al “bello di Hollywood” prendere in mano le redini della situazione quando il regista ha letteralmente piantato in asso la troupe prima del termine delle riprese. E se la prima scena che immortala il protagonista lo vede sorseggiare la propria urina appena depurata, prima di assumersi un tale impegno ci si sarebbe dovuti accertare della sicurezza del porto verso il quale si stava navigando.

La nave che fa acqua da tutte le parti è Waterworld, storia di un pianeta Terra proiettato nel futuro, sommerso a causa del disgelo delle calotte polari, abitato da brandelli di genere umano che tentano di sopravvivere: uno spunto – se ci si fermasse a questo – brillante e originale, un film postapocalittico fortemente voluto dal divo di Hollywood – da sempre amante del genere distopico – che ci mise molto più oltre alla faccia, dato il fatto che ne fu il produttore.

Quando giunse in Italia, Waterworld si presentò come uno di quei film da non potersi assolutamente lasciar sfuggire: non perché la platea fosse richiamata dall’eco dell’enorme impiego di effetti speciali, ma più per “vedere l’effetto che fa”. Il disastro preannunciato con largo anticipo dai media esteri fu l’unico amo esca in grado di evitare la desertificazione delle sale. E i curiosi vennero puntualmente serviti.

Centoventi minuti di imprecisioni logiche, di errori di scena, di improbabilità, di assurdità improponibili persino in una pellicola di Fantascienza. Il tutto intervallato da ottime però sporadiche soluzioni rappresentative: l’immensa distesa azzurra parla da sola, ma se non fosse per il superbo lavoro scenografico non direbbe molto. Merita in effetti l’idea di riportare un’atmosfera medievale nei pochi atolli artificiali dove la razza umana sopravvive: complessi e accattivanti i movimenti di macchina che seguono corde, carrucole e ingranaggi, frammenti di obsoleta tecnologia sopravvissuti al disastro naturale.

Entro questo spazio immenso, un oceano d’acqua che ha ingoiato ogni lembo di terra emersa, si sposta un navigatore solitario, senza nome e senza storia, che vive su un trimarano d’avanguardia, poggiando i piedi a terra – ma si fa per dire – solo occasionalmente.

Di terraferma non ne è rimasta: le città sono leggenda e gli unici luoghi dove sopravvive ancora un barlume di società civile sono rappresentati da atolli artificiali popolati da uomini e donne imbarbariti dalla natura matrigna. La collettività è retrocessa da uno stato di solidarietà organica a uno in cui vige la legge del più forte. Un po’ di potere deriva dal commercio, condotto prevalentemente sotto forma di baratto; proprio per questo motivo il marinaio senza nome, che per un momento fa il suo rientro in società, gode di grande rispetto quando al banco dei pegni mostra terra, terra vera, come pure tante altre cose stipate sulla sua barca: un vetro riflettente, lembi di carta… cimeli da museo per un mondo che non ha più memoria del proprio passato.

L’unica àncora di salvezza dei popoli superstiti è la cieca speranza che la “leggenda di Dryland” un giorno si possa avverare: si dice che da qualche parte esista ancora un luogo dove crescano alberi e frutti.

Gli abitanti dell’atollo, stupiti dagli straordinari oggetti posseduti dal misterioso uomo di mare, lo credono inizialmente un profeta di questo mito, per poi invece condannarlo alla forca dopo aver scoperto la sua essenza di mutante, di scherzo dell’evoluzione con tanto di branchie e piedi palmati. Quando la sua dipartita sembra ormai inevitabile, tutto l’atollo si schiera in assetto da difesa costretto a vedersela con il Diacono e i suoi pirati feroci che, armati fino ai denti, sferrano i propri attacchi cavalcando moto d’acqua. Questi predatori vengono denominati Smokers per la loro abitudine di commerciare in sigarette.

La preda dell’ennesimo assalto è Enola, una bambina molto sveglia che sua madre adottiva Helen protegge con grande affetto. Il tatuaggio che la piccola porta sulla schiena sembra infatti essere l’ambita mappa per arrivare a Dryland.

Mentre la battaglia infuria, le due donne stringono un patto col mutante prigioniero, promettendo di liberarlo a condizione che lui le prenda a bordo del suo trimarano portandole in salvo lontano dall’atollo.

Fine del primo atto.

Peccato che il resto del film non sia all’altezza di questi iniziali quaranta minuti, pieni di spunti apprezzabili, mai noiosi e che preannuncerebbero le performance di personaggi molto complessi.

Nella seconda parte della pellicola la vicenda assume i toni dell’assurdo, a causa di una miriade di errori da imputare sia a una regia sbagliata, sia a una sceneggiatura ricca di contraddizioni. Si pensi all’inspiegabile avanzamento tecnologico degli Smokers: pare usufruiscano di scorte petrolifere immani e commercino in tabacco quando perfino la terra in un primo momento era venduta a peso d’oro; o al fatto che Helen sappia benissimo cosa sia uno specchio ma un attimo dopo lo chiami vetro riflettente; per non parlare di quando si immerge a centinaia di metri di profondità senza minimamente accusare i problemi della decompressione…

Oltre a errori di logica, ci sono ingenuità narrative che vanno a ledere la caratterizzazione dei protagonisti. L’uomo pesce di Kevin Costner, che picchia la donna e getta a mare la bambina, è di un’antipatia inaccettabile tanto da domandarsi se il vero cattivo non sia lui piuttosto che il caricaturale Diacono di DENNIS HOPPER. Quest’ultimo, tra tutti, è l’unico davvero in parte grazie a un carattere del personaggio ben delineato e coerente. Da antologia la benedizione papale con la sigaretta, e il fulminante dialogo col medico che gli propone un improbabile occhio di vetro: “Potresti avere problemi a vedere da lontano”; e lui: “Tanto io la gente l’ammazzo da vicino!”.

Daremmo volentieri un occhio affinché la scrittura delle due controparti femminili possedesse anche solo la metà dello spessore del cattivo di turno. La bambina viene bistrattata dal capitano del trimarano in una maniera tale che non basterebbero i servizi sociali per venirle in soccorso. Guarda caso, complice la paradossale cifra stilistica degli sceneggiatori, Enola finirà per adulare l’uomo-pesce. È ancor più esageratamente imbarazzante vedere Helen offrire il proprio corpo a un Costner riluttante, odiarlo a morte dopo il rifiuto e ancor di più dopo qualche pugno di troppo, salvo poi concedersi entrambi a un inspiegabile amplesso appena accennato, soli in mezzo all’oceano.

Si ha l’impressione per l’appunto che la storia d’amore sia frutto della noia mortale sofferta dai due dopo il rapimento di Enola da parte degli Smokers.

La stessa apatia ha ormai attanagliato pure lo spettatore più stoico, ormai colto dal sospetto d’essere incappato in un documentario su skipper e velisti, con i tre che alzano e abbassano vele e osservano l’immenso blu: era lampante che il dono della sintesi non fosse nelle corde di Reynolds e che non avrebbe dato ragione al generoso portafogli di Costner. Con l’affondamento del trimarano a opera dei pirati venuti per rapire la custode della preziosa mappa per Dryland, il secondo atto del film finisce in archivio.

Il terzo e ultimo è semplicemente tutto da ridere. Spinto dal vero leit-motiv del film, ossia l’antinomia sempre e comunque, l’uomo dai piedi palmati, l’eroe senza macchia e senza paura, parte tutto solo per combattere i cattivi e salvare la bambina che qualche metro di pellicola prima tentava di affogare. Ovviamente l’intento andrà a buon fine e con una specie di abracadabra, insieme a Helen e ad altri sopravvissuti dalla distruzione dell’atollo, decifreranno il tatuaggio custodito da Enola, trovando la leggendaria Dryland immediatamente dopo.

Terra, montagne verdi e folti boschi, sui quali il nostro eroe poggerà i propri piedi palmati giusto il tempo necessario per fare un saluto e tornare nel proprio habitat.

L’autentico colpo di scena è riservato alla platea che fin qui non si è persa d’animo. È impressionante scoprire che l’essere vivente più intelligente del pianeta Terra è il cavallo. Mandrie di stalloni galoppano liberi sull’ultimo lembo di terra emersa. Dovrebbe venir naturale, in un mondo che piano piano sta annegando, ritirarsi in ciò che resta fuori dal pelo dell’acqua. Strano che ci abbiano pensato solo i cavalli!

Scelte professionali del tutto sbagliate hanno rovinato un soggetto potenzialmente entusiasmante e ricco di spunti di riflessione.

L’uomo che, retrocesso in una società arcaica, si rifugia nel mito è un tema mutuato all’antropologia; altro elemento della trama che non viene sviluppato a dovere, ma fatto solo assaggiare allo spettatore – lasciato poi a bocca asciutta – è l’accenno a una esasperata logica evoluzionista darwiniana: il corpo muta e sfrutta le proprie capacità di adattamento in funzione dell’ambiente. E Costner che si ripropone nelle vesti di outsider non ha del malvagio. È un attore adatto a ricoprire ruoli da antieroe, ma in questo caso esagera facendo il verso a Mad Max, pietra miliare del genere postapocalittico e al tempo stesso paragone decisamente ingombrante.

Sarebbe stato più intelligente evitare il confronto diretto.

Gli Smokers ricalcano palesemente i balordi della pellicola che rese celebre MEL GIBSON, ma l’eccessiva enfatizzazione li rende una fotocopia ingiallita e prevedibile.

Se Waterworld avesse osato l’umiltà di definirsi B-movie, oggi sarebbe un classico degno del miglior fuori sincrono di Ghezzi. Se gli sceneggiatori non avessero steso il copione dentro una fumeria d’oppio, il film potrebbe addirittura appartenere al genere fantascientifico piuttosto che a quello fantastico. Occhio alle definizioni però: non un Fantasy stile “Signore degli Anelli”, perché ciò che è davvero fantastico non è tanto la trama, quanto il protagonista mutante che vanta di avere i piedi palmati una scena sì e due no. Gli addetti al trucco devono aver preso il largo in compagnia del regista.