Whispering Corridors 2 - Memento Mori
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Whispering Corridors 2 – Memento Mori

“Il primo giorno una ragazza viene trovata morta, con la testa svuotata. Forse aveva ricordato la verità. Un’altra muore il secondo giorno, con le gambe mozzate. Forse si era avvicinata troppo alla verità. Un’altra ancora viene trovata morta il terzo giorno, con le orecchie tagliate. Forse aveva sentito la verità. Il quarto giorno ne muore un’altra ancora, con gli occhi cavati. Forse aveva visto la verità. Il quinto giorno una ragazza muore, con la lingua rimossa. Forse aveva detto la verità. Il sesto giorno ancora una ragazza muore, con le mani tranciate. Forse aveva scritto la verità. E anche il settimo giorno una ragazza sta per morire. Forse…”

Abbiamo lasciato la Jookran High School for Girls e i suoi spiriti inquieti in una situazione di stallo, con un finale aperto che lasciava ampio spazio a un possibile sequel. Tale sequel è inevitabilmente arrivato, ma Whispering Corridors 2: Memento Mori (Yeogo Goedam Dubeonjjae Iyagi), a sorpresa, decide di non raccogliere il testimone della prima parte, né dal punto di vista tematico né da quello stilistico. La mano del regista – stavolta anzi sono due, Kim Tae-Yong e Min Kyu-Dong – è diversa e si vede: ci offre una storia totalmente nuova e una rappresentazione che ha abbandonato i toni vintage a favore di atmosfere decisamente più moderne, mentre dal punto di vista tematico i meccanismi del sistema scolastico coreano questa volta sono appena sfiorati.

Ma restiamo pur sempre in una scuola, e ancora una volta in una scuola privata tutta al femminile. Facciamo subito la conoscenza di So Min-Ah, nell’istante esatto in cui si imbatte in un curioso diario dalla copertina rossa, appartenente alle sue compagne Min Hyo-Shin e Yoo Shi-Eun, un diario che le due evidentemente in qualche modo condividevano. L’oggetto appare alquanto curioso: colorato ed elaborato, è un diario che descrive le tribolazioni delle due ragazze, e racconta di come il loro rapporto speciale – che, andando ben oltre la semplice amicizia, è qualcosa di sostanzialmente inaccettabile tra i corridoi della scuola – finisca gradualmente logorato dal verificarsi di vari eventi.

“Il primo bacio ha il sapore delle mele dolci. Con la mia lingua ho sentito il sapore del sangue sulle tue labbra.”

Hyo-Shin e Shi-Eun sembrano due adolescenti come le altre – la risata da bambine, i pensieri da adulte e il diario riempito di cuoricini – ma in realtà sono lesbiche, impegnate in una relazione molto sofferta. Il diario rosso descrive tutto, dai fremiti dell’innamoramento al rifiuto della propria omosessualità, fino alla tensione che deriva dal loro diverso approccio di fronte all’inevitabile: se in Shi-Eun prevale il disagio per la condivisione di quell’amore davanti agli altri, per Hyo-Shin non c’è ragione di vergognarsi dei propri sentimenti. Ma quando quest’ultima finisce dritta fra le lenzuola di un insegnante depresso, l’amore della prima muore definitivamente. E con la morte dell’amore tutto il mondo precipita, trovando la sua conclusione nel suicidio di Hyo-Shin. Ma sarà questo il vero movente?

Lo scopriremo anche grazie alle ‘indagini’ di Min-Ah, completamente ipnotizzata dal diario: esso diventerà per lei un’ossessione che la costringerà compulsivamente a cercare di penetrare i segreti più intimi delle due amanti, cosa che rapidamente la trascinerà in una spirale di follia, complice l’effetto allucinogeno di una pillola che la ragazza ritrova tra gli oggetti della defunta Hyo-Shin. L’essenza della giovane suicida, intanto, incombe su tutto l’edificio – perché Shi-Eun non è l’unica ad avere un debito con lei – fortificata dal flusso continuo dei pensieri degli studenti e del corpo docente che non cessano di interrogarsi sul motivo del suo gesto. Motivo che a noi viene svelato un po’ alla volta, in un lungo flashback, mentre la scuola cade preda al delirio collettivo, tra la furia di Hyo-Shin, lo smarrimento di Min-Ah, il rimorso di Shi-Eun. In un finale memorabile, l’anima inquieta di Hyo-Shin scatena la sua ira su tutti, serrando le porte della scuola e non permettendo a nessuno di lasciarla, riportandoci alla mente la celebre Carrie White di Brian De Palma.

Cosa vuole Hyo-Shin? Probabilmente solo gridare la sua rabbia; e non venire dimenticata: sul suo diario Min-Ah trova la dicitura “Memento Mori” con accanto la (discutibile) traduzione “ricordati dei defunti”

“Lo sentite? Il mondo è tutto fatto di suoni e ciascuno di noi rappresenta una singola nota. Possono esserci note più o meno belle ma, sommandole tutte insieme, possiamo raggiungere l’accordo perfetto. Vi si aprirà un mondo completamente nuovo… e voi dovrete soltanto tenere a mente quell’accordo. E se qualcuno di noi dovesse morire prima degli altri, promettiamo di ricongiungerci in un giorno di pioggia.”

Se si vuole individuare un tema sociale all’interno di Memento Mori, lo si può trovare nelle problematiche adolescenziali. La storia è in sostanza la descrizione di un rito di passaggio, ben esemplificato dalla rivalità tra le studentesse e dagli attacchi a quelle tra loro che per un motivo o per l’altro emergono dalla massa rivelando una mal tollerata diversità. È emblematica la lunga e imbarazzante sequenza in cui le ragazze, in biancheria intima, vengono sottoposte in classe a controlli medici i cui risultati, annunciati ad alta voce, rivelano chi di loro è più bassa, grassa o meno prosperosa della media; la deriva è tragica quando coinvolge aspetti come la disabilità o l’omosessualità.

Shi-Eun è affetta da sordità e cerca disperatamente di tenerlo nascosto, trasformando la sua vita scolastica in un’estenuante finzione cui non vuole aggiungere anche l’onta di dichiararsi omosessuale; mentre Hyo-Shin si dimostra la più coinvolta, la più dipendente dall’altra e, forse per questo, anche la più coraggiosa: la pressione sociale è troppo per Shi-Eun ed è proprio il desiderio di Hyo-Shin di vivere la loro relazione alla luce del sole la vera causa della rottura tra le due.

Con un’intuizione davvero originale, gli avvenimenti di questo secondo film non vengono presentati in ordine cronologico: passato e presente sembrano accadere in contemporanea, al punto da confondersi lasciando in un primo momento sconcertato lo spettatore. Tuttavia il gioco è condotto in maniera intelligente, accompagnando il pubblico in una direzione per poi sorprenderlo con una piega inaspettata. Un altro horror anomalo insomma, costruito sul senso di colpa e sul dolore, più psicologico che altro.

Per merito di trovate a cui all’epoca non ci si era ancora assuefatti (corridoi deserti, mani che sbucano dal nulla…) la tensione rimane costante per tutta la durata del film, nonostante le uniche morti messe in scena siano di fatto due suicidi. Oltre alle visioni di Min-Ah, molto interessante è la scelta di usare la saturazione del colore per narrare il punto di vista dello spirito di Hyo-Shin, e di mostrare il suo volto gigantesco che incombe sull’istituto reso trappola, una metafora del suo potere di possessione e controllo. Ma tutti gli ultimi adrenalinici minuti di delirio collettivo nella scuola sono notevoli, anche se l’elemento orrorifico alla fine viene meno e si sceglie una soluzione struggente.

Quando Shi-Eun fa l’atto di salire sul tetto, capiamo che è per ricongiungersi alla sua amata. Questo però non viene mostrato, forse un modo di restituire a lei e a Hyo-Shin, finalmente, l’intimità di una relazione spezzata ma ancora viva e pulsante in fondo ai loro cuori.

La componente sciamanica

Oggi la presenza di spiriti, soprattutto femminili, nella cinematografia orientale è un fatto assodato, ma ai più sembra essenzialmente una moda nata in Giappone e da lì diffusasi ai Paesi limitrofi. La realtà è un’altra: ogni Paese ha la sua peculiare fenomenologia in fatto di apparizioni, e i fantasmi tipici della Corea, effettivamente, sono in prevalenza femminili. Il perché è presto detto: nel confucianesimo, una delle dottrine storiche della Corea, la donna è considerata inferiore all’uomo (concetto ben esemplificato dal famoso detto ‘nam-chun-yeo-bi’ che significa ‘importante l’uomo, insignificante la donna’). Le donne coreane sono sempre state discriminate da una società maschilista fino al midollo, e questo spiega sia il carattere essenzialmente femminile dello sciamanesimo (la religione degli oppressi) sia l’abbondanza di fantasmi femminili afflitti dal cosiddetto Han.

Lo sciamanesimo di cui stiamo parlando è particolarmente interessante in quanto, a differenza di quello classico, nella penisola coreana è praticato in gran parte dalle donne. In senso lato, lo sciamanesimo si basa sul concetto che tutte le risposte ai mali della nostra società risiedono da qualche parte nell’aldilà, e che solo persone estremamente dotate possono azzardarsi a superare il ponte tra i due mondi e poi riuscire a tornare. Sono le donne, in Corea, la vera e unica via di collegamento tra quelli che possiamo definire avvenimenti terreni e gli spiriti ultraterreni. Questione di sensibilità, o di maggiore predisposizione, o quello che volete.

Della capacità delle donne d’oltrepassare la soglia a proprio piacimento si parlava già nell’antica Grecia (Ecate, Persefone…). Se consideriamo banalmente nascita e morte come passaggi di stato, è evidente che per le religioni non può che essere la donna la chiave di volta: se ad essa è concessa la capacità di procreare, e quindi di trasmutare dalla condizione di ‘non vita’ a quella di vita, le sarà in qualche modo concessa anche la capacità opposta.

In Corea le sciamane, dette mudang, sono grossomodo questo: donne che comunicano con i morti e che assistono questi ultimi nel loro viaggio ultraterreno; donne che interrogano i defunti, che eseguono pratiche esorcistiche al fine di allontanare gli spiriti malvagi e che si occupano di curare malattie attraverso canti e danze rituali.

Secondo varie religioni tra cui quella cristiana (ma anche numerosi miti indoamericani), la donna è il mezzo con il quale la morte è entrata originariamente a far parte del nostro mondo: una prima volta attraverso la violazione di un tabù divino, e ripetutamente, in seguito, attraverso il sangue mestruale, fenomeno che, specialmente nel Medioevo dell’Inquisizione, è stato interpretato come la prova definitiva della colpa. La strega delle fiabe è in fin dei conti anch’essa un personaggio che viene dal mondo delle ombre e dei morti; così come la morte stessa, in tutte le culture, si materializza iconograficamente in un’immagine femminile.

Lo sciamanesimo coreano non sarebbe quindi un’anomalia, bensì ciò che più probabilmente assomiglia allo sciamanesimo delle origini, successivamente corrotto al fine di adeguarlo alle tendenze patriarcali della società ‘moderna’.

Oggi in Corea esistono scuole per sciamane nelle quali vengono insegnati i muga, canti tradizionali – fino a pochi decenni fa tramandati solo oralmente – così antichi da contenere parole che oggi nessuno riesce più a comprendere. Le prime testimonianze scritte delle cerimonie religiose coreane, risalenti all’inizio del XX secolo, le dobbiamo paradossalmente ai Giapponesi, spinti più dallo spirito colonizzatore che da motivi culturali. Fu lo studioso Son Chint’ae il primo Coreano a trascrivere in giapponese, nel 1930, una raccolta di muga provenienti da tutto il Paese, sotto il titolo di ‘Raccolta di vestigia di canti divini’. Ancora una volta la molla non fu puramente accademica, quanto più banalmente un bisogno nazionalista di affermazione dell’identità del Paese nel bel mezzo del periodo della dominazione coloniale giapponese (1910-1945). Sfortunatamente ciò che è giunto a noi sono solo frammenti sparsi dei muga, spesso semplici riassunti o annotazioni ormai indistinguibili dal testo originale.

A proposito del periodo coloniale giapponese, accennavamo prima all’abbondanza, tutta coreana, di fantasmi femminili afflitti dal Han. Il Han (letteralmente risentimento, rancore, sofferenza) è uno stato umano che simboleggia l’epopea di un intero popolo oppresso dall’occupazione straniera e dalle guerre intestine, e se in teoria può riguardare chiunque perché deriva da un’angosciante esperienza, è innegabile che affligga soprattutto i poveri, i deboli e le donne. Non bisogna però confondere il Han con il Ju-On, il rancore della tradizione giapponese. Il Han non rappresenta desiderio di vendetta, ma l’attesa del nuovo incontro in cui possa avvenire una riparazione del torto subito e una riconciliazione (Han-pu-ri). Il suo carattere inizialmente negativo contiene dunque in sé un fondo di speranza, ed ecco spiegato il finale di Memento Mori, in cui Hyo-Shin, ottenuto il pentimento di Shi-Eun e il mantenimento della sua promessa di amore eterno, molla la presa sulla scuola e ne riapre le porte, rinunciando al massacro che fin lì si presagiva.

In Whispering Corridors la componente orrorifica è molto blanda, talvolta quasi completamente assente, mentre il dramma è sempre in primo piano. Ciò in gran parte deriva da una peculiare predisposizione alla malinconia tipicamente orientale. Memento Mori la esemplifica molto bene: Shi-Eun e Hyo-Shin, in particolare quest’ultima, vivono in maniera intensa ogni attimo trascorso insieme, con la consapevolezza della fine incombente; traspare dagli occhi, dalle parole, persino dalla postura del corpo. Quando le due ragazze creano il loro bizzarro diario, lo fanno quasi per dare contenuto e consistenza al proprio amore, per renderlo in un certo senso concreto e farlo sopravvivere, per contrastare insomma quel sentimento cosmico di precarietà che è alla radice del loro animo.

si ringrazia The Obsidian Mirror

Whispering Corridors 2 - Memento Mori - Locandina

Tit. originale: Yeogo Goedam Dubeonjjae Iyagi

Anno: 1999

Nazionalità: Corea del Sud

Regia: Kim Tae-Yong, Min Kyu-Dong

Autore: Kim Tae-Yong, Min Kyu-Dong (scritto da)

Cast: Park Ye-Jin (Min Hyo-Shin), Lee Young-Jin (Yoo Shi-Eun), Kim Gyu-Ri (So Min-Ah), Kong Hyo-Jin (Ji-Won), Kim Jae-In (Yeon-An), Baek Jong-Hak (Mr. Goh)

Fotografia: Kim Yun-Su

Montaggio: Kim Sang-Bum

Musiche: Jo Seong-Woo

Rep. Scenografico: Oh Sang-Man, Lee Dae-Hoon (scenografie)

Costumi: Lee Seung-Hyeon

Produttore: Lee Choon-Yun

Produzione: Cine-2000 Film Production