Whispering Corridors 5 A Blood Pledge (2009)
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Whispering Corridors 5 – A Blood Pledge

Di Voice abbiamo detto che, così come nella musica, l’armonia è l’essenza stessa dell’amicizia, del suo inizio e della sua fine. Whispering Corridors 5: A Blood Pledge (patto di sangue, Yeogo Goedam Daseot Beonjjae Iyagi: Dongbanjasal, 2009), di Lee Jong-Yong, cerca di spiegarci esattamente questo concetto.

Tre amiche, Yu-Jin, Eun-Young e So-Yi, decidono di suicidarsi e scelgono di farlo assieme all’interno della scuola superiore che tutte e tre frequentano. Intrufolatesi nottetempo nella cappella dell’istituto, giurano solennemente di morire assieme, invocando una maledizione su chi fra di loro dovesse rompere quel patto di sangue. Qualcosa però impedisce di portare a termine il proposito e alla fine a perdere la vita gettandosi nel vuoto sarà Eon-Ju, una quarta studentessa. Il tragico avvenimento turba profondamente So-Yi, che di Eon-Ju era molto amica (sebbene negli ultimi tempi le due si fossero allontanate); ma la più sconvolta, comprensibilmente, è la sorella minore di Eon-Ju, che accusa apertamente So-Yi. Chi c’era sul tetto con Eon-Ju la notte in cui morì? Ma soprattutto, la giovane si è davvero suicidata, oppure qualcuno l’ha spinta?

Saranno numerosi flashback a scoprire i retroscena e a ricomporre tutti i tasselli del puzzle, ma noi spettatori, sin dall’inizio, intuiamo facilmente che nessuna delle tre ragazze che siglarono il patto di sangue è del tutto estranea all’accaduto. So-Yi però sembra davvero affranta e, naturalmente, le altre ragazze temono le conseguenze di ciò che l’amica, in preda al rimorso, potrebbe rivelare. I successivi giorni scolastici sono cadenzati da un estenuante rincorrersi di pettegolezzi, sospetti e accuse più o meno esplicite, mentre lo spirito di Eon-Ju si aggira inquieto… Fino alla svolta finale che, onestamente, non riserva molte sorprese ma tuttavia prelude a una conclusione poetica e commovente.

In questo quinto film della saga, forse ancor più che negli altri, i vivi si rivelano più terrificanti dei morti e finiranno per rivoltarsi gli uni contro gli altri. Sarà questo, e non tanto la maledizione in sé o il rancore di Eon-Ju, a fare giustizia: un atto che al contempo proteggerà l’unica innocente fra le tre ragazze, o meglio la meno colpevole. Si scoprirà infatti che Eon-Ju, al corrente dei propositi suicidi di So-Yi, si era offerta spontaneamente di morire con lei ed era perciò salita volontariamente su quel cornicione. Si scoprirà pure che gli avvenimenti che avevano portato a quella fatidica notte non erano affatto casuali: Eon-Ju era la migliore studentessa della scuola e la sua prematura dipartita a qualcuno conveniva. So-Yi si disporrà a saltare dal tetto per restare accanto a Eon-Ju per sempre, come in passato le aveva promesso, ma il fantasma pretenderà da lei un diverso modo di onorare il loro patto…

Nel film non mancano momenti di tensione e di mistero, né il solito repertorio di effetti, ma prima di arrivare a quel punto il tono resterà a lungo lento e intimista. Lì la suspense latita, e ciò non deve sorprendere perché in fondo A Blood Pledge aspira ad essere il racconto struggente di un sentimento di amicizia che non conosce pausa, che lenisce, perdona e che nemmeno la morte può scalfire. A parte questo, a colpire è ancora una volta il contesto sociale nel quale si sviluppa la tragedia, che poi è anche la causa della futilità del movente. Yu-Jin, brillante e cinica, abituata a ottenere quello che desidera a ogni costo, e Eun-Young la gregaria, picchiata dal padre e alla disperata ricerca di riscatto, sono personaggi negativi ma a modo loro anche drammatici. Il proprio nome in cima a un cartellone, avere l’onore di vedersi consegnare le chiavi della scuola, eliminare la propria rivale in amore: la cronaca c’insegna che si uccide per questo e anche meno, eppure l’incredulità rimane. Si torna quindi a riflettere, di nuovo, sull’estrema competitività della società coreana. Quando il valore di una persona si misura esclusivamente con il suo status e con ciò che ha ottenuto, quando l’avere trionfa sull’essere, non è mai un buon segno.

Dopo l’elemento folcloristico di Wishing Stairs fa capolino nella saga anche quello religioso, poiché A Blood Pledge è ambientato in una scuola cattolica. Sorpresi?

In effetti, la struttura scolastica messa in piedi e mantenuta da cattolici e protestanti nel Paese è imponente, comprende anche un buon numero di università e la percezione dei Coreani è che siano tra le migliori dal punto di vista educativo. Visto e considerato quel che avviene nella cattolicissima scuola di A Blood Pledge, la cosa si tinge di macabra ironia, ma se l’intento sia criticare o ridicolizzare questo tipo di istituzioni in particolare non è dato sapere.

L’aspetto religioso nel film è solo iconografico, d’accordo, e né il movente né lo svolgersi degli avvenimenti hanno una matrice religiosa, ma tanto basta. L’iconografia cattolica all’interno di questo film ha un effetto un po’ straniante, fatto singolare perché in realtà la Corea del Sud è una nazione a forte presenza cristiana. Il cattolicesimo è chiamato ‘la religione della mamma’ (perché numerose chiese pongono al proprio ingresso una statua di Maria con le braccia spalancate in un virtuale abbraccio), e diversamente dallo sciamanesimo non è una religione ‘povera’ ma anzi è diffusa fin negli ambienti più elitari.

Altro elemento significativo del quinto e ultimo capitolo è il suicidio, o meglio ancora il suicidio collettivo. A Blood Pledge è uno dei pochi film che siano riusciti ad affrontare l’argomento, decisamente spinoso, da un punto di vista analitico. Il suicidio collettivo non è qui solo un pretesto per spettacolarizzare la morte, bensì un’attenta esplorazione delle cause e degli effetti di un fenomeno, oggi molto più che allora, tristemente frequente, un’esplorazione che diventa introspezione psicologica quando indaga le motivazioni più profonde dei vari personaggi.

La Corea del Sud è la prima nazione al mondo per numero di suicidi compiuti da donne, e il suicidio è la sua prima causa di morte per i giovani tra i 10 e i 30 anni, quarta fra l’intera popolazione. Nella casistica rientrano anche i cosiddetti ‘patti suicidi’, quei singolari quanto sconvolgenti casi di cronaca nei quali diversi individui, solitamente di giovane età, cercano l’uno nell’altro la forza per raggiungere il terribile scopo che si sono prefissi.

Solo quattro anni fa una notizia proveniente, appunto, dalla Corea del Sud raccontava una vicenda di quelle che mettono i brividi: cinque ragazzi si conobbero tramite un sito clandestino specializzato nel mettere in contatto tra loro utenti con uno scopo comune, quello di togliersi la vita. I ragazzi, tre uomini e due donne, si incontrarono di persona e, insieme, raggiunsero il ponte sul fiume Bukhan a Gapyeong da cui, facendosi coraggio a vicenda, si buttarono. Un salto di parecchie decine di metri, nella corrente gelata del fiume in piena: sopravvisse solo una ragazza ventiquattrenne.

Ma la lista di fatti analoghi avvenuti in territorio asiatico è lunga. Come già aveva pronosticato il regista Sion Sono nel film che lo consacrò, Suicide Club (Jisatsu Saakuru, 2002), questi sono i più folli e incredibili effetti collaterali della rete globale. Si direbbero leggende metropolitane, ma purtroppo non lo sono. Un successo, quello del suicidio organizzato, che è parallelo al crescente fenomeno degli hikikomori, concetto nato in Giappone ma ampiamente esportato anche in Corea del Sud a causa delle forti similitudini culturali che la penisola coreana condivide con il Paese del Sol Levante.

Nella lingua giapponese il termine hikikomori sta ad indicare una vera e propria fuga dal mondo reale, volta a rintanarsi in un luogo angusto e protetto dove i rapporti sono filtrati e regolati dalla tecnologia. Migliaia di adolescenti decidono per una reclusione volontaria nella propria cameretta e lo fanno per l’incapacità di soddisfare le aspettative sociali e personali. Una diversa forma di ‘suicidio’.

Perché prendono piede questi fenomeni? Storie diverse, motivazioni diverse, ma in tutto questo uguali sono le sofferenze: un brutto voto a scuola, una delusione d’amore, la mancanza di un lavoro stabile, i debiti da pagare, il sentirsi diversi o rifiutati dagli altri, la perdita di una persona cara. Suicidarsi non è mai facile. Bisogna fare i conti con la paura dell’ignoto, con il timore di provare del dolore, con il dubbio di non riuscire. E allora ci si rifugia in se stessi a tempo indeterminato, oppure ci si appoggia al collettivo, dove quel pezzettino di coraggio lo si assorbe dagli altri, dove ci si trova davanti alla necessità di rispettare un patto, l’ultima responsabilità che si ha nei confronti del mondo.

In fondo al corridoio

Giunti alla fine del viaggio, è il momento di provare a tirare qualche somma.

Sorprendentemente, ecco una saga horror con più alti che bassi. I picchi sono senz’altro Memento Mori e Voice, e non si riscontrano capitoli del tutto non riusciti. Se qualche ovvietà di troppo compare nella trama, viene compensata da un mai banale approfondimento di temi e personaggi, mentre dal punto di vista tecnico-estetico si nota una crescita pressoché costante, tanto che, arrivati alla fine, ci si ricorda appena dell’essenzialità del capostipite.

Riguardo i rapporti tra le protagoniste, il confine tra amicizia e amore è sempre molto labile, ma allo stesso tempo nulla di ‘sconveniente’ viene mai mostrato; ci sono due eccezioni da rilevare: in A Blood Pledge, in retrospettiva è evidente che le due protagoniste sono legate solo da affetto fraterno; in Memento Mori, l’episodio con le atmosfere più morbose, l’amore saffico si palesa in diverse situazioni, soprattutto nella famosa sequenza del bacio in classe. Questo tema pesa molto nell’economia del film, anzi si può dire che è la sua vera impronta. Si dice che, del cast presente sul set, solo le interpreti di Hyo-Shin e Shi-Eun fossero al corrente di come si sarebbe svolta quella scena, e le reazioni delle altre ragazze sarebbero non finzione scenica ma vera sorpresa e disgusto, cosa che ci dà la cifra di come allora (e probabilmente anche adesso) si reagiva di fronte all’omosessualità.

Come già accennato, è vero che nessuno dei Whispering Corridors è un horror nel senso stretto del termine. Forse è Wishing Stairs l’unico a calcare un po’ la mano in certe scene, e in misura minore A Blood Pledge. Insomma l’horror fa capolino, ma non è il vero fulcro delle pellicole; prevalgono piuttosto il dramma e il mistero; e la ricerca di risposte è sì indagine dei fatti accaduti ma soprattutto analisi psicologica ed emotiva.

Eppure è proprio ‘horror’ il termine tecnico con il quale questi cinque film sono accreditati ed etichettati. La verità, abbiamo scoperto, è che anche una serie definita horror può offrire dei contenuti sui quali vale la pena soffermarsi un attimo, riflettere e discutere.

Si ringrazia The Obsidian Mirror

Whispering Corridors 5 - A Blood Pledge - Locandina

Tit. originale: Yeogo Goedam Daseot Beonjjae Iyagi: Dongban Jasal

Anno: 2009

Nazionalità: Corea del Sud

Regia: Lee Jong-Yong

Autore: Lee Jong-Yong (scritto da)

Cast: Son Eun-Seo (So-Yi), Jang Kyoung-Ah (Eon-Ju), Oh Yeon-Seo (Yu-Jin), Song Min-Jeong (Eun-Young), Yoo Sin-Ae (Jeong-Eon), Hwang Seung-Eon (Park Ji-Mi)

Fotografia: Gang Seung-Gi

Montaggio: Kim Sang-Bum, Kim Jae-Beom

Musiche: Lee Byung-Hoon, Jang Young-Gyu

Rep. Scenografico: Jeon In-Han (scenografie)

Costumi: Park Seon-Jee

Produttore: Lee Choon-Yun, Kim Bok-Geun

Produzione: Cine-2000 Film Production