Whispering Corridors (Yeogo Goedam, 1998)
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Whispering Corridors

Attraverso corridoi sussurranti

Il 30 maggio 1998 usciva nelle sale coreane un film che avrebbe cambiato per sempre gli equilibri dell’horror, spostandone improvvisamente il baricentro verso l’Estremo Oriente. Era l’inizio di una tendenza che, seppure meno intensa, esiste ancora oggi. Quel primo Whispering Corridors (Yeogo Goedam), purtroppo, ci avrebbe messo altri due anni per sbarcare in Europa (in Germania) e ben sette per approdare, sotto forma di DVD, negli Stati Uniti. In Italia non è mai arrivato, ovviamente, come neppure i quattro successivi capitoli di quella che oggi si può definire a tutti gli effetti una saga tra le più importanti del cinema asiatico.

Nonostante le qualità della pellicola, più profonda di quanto possa sembrare in prima lettura, la concorrenza del cinema giapponese avrebbe costretto Whispering Corridors in un angolo, oscurandone di fatto per molto tempo la visibilità al di fuori della penisola coreana. Registi navigati quali Hideo Nakata (Ringu) e Takashi Shimizu (Ju-On) furono molto più abili a realizzare dei prodotti in grado di soddisfare il palato del pubblico occidentale, grazie all’oculato utilizzo di meccaniche horror classiche, studiate a tavolino per generare tensione ed elargire attimi di puro terrore.

In Corea del Sud, al contrario, in un’industria dell’intrattenimento che solo fino a pochi anni prima era fortemente influenzata da fattori culturali, Whispering Corridors fu per tutti un gigantesco pugno nello stomaco. Il timore di corrompere la cultura locale attraverso le influenze provenienti dall’estero e le politiche protezionistiche applicate alle aziende nel campo dell’intrattenimento avevano per decenni favorito, attraverso imposizioni legali, il completo isolamento culturale della penisola coreana. Con questo film da un giorno all’altro tutto cambiò.

Parlare di horror in questo contesto è riduttivo se non errato. Whispering Corridors utilizza il genere come pretesto per affondare colpi direttamente al cuore della società coreana e inviare forti segnali di dissenso alle follie della società moderna. Ogni sequenza è leggibile nell’ottica di una critica dirompente all’orrore che ci circonda, quello vero, quello a cui ormai non facciamo più caso. I personaggi che incontriamo nella saga, derivativi solo in parte, li definiremmo innanzitutto problematici e complessi, calati in una realtà che non appartiene loro e con la quale si trovano a dover fare i conti quotidianamente. Tutt’attorno, l’utilizzo di elementi soprannaturali non fa che sottolineare questo tipo di disagio. ‘Derivativi solo in parte’ perché, a differenza delle grandi saghe del cinema mainstream americano, tendenti generalmente a ripetere all’infinito la stessa idea originale perdendo il proprio appeal strada facendo, la serie Whispering Corridors riesce a mantenere, nell’arco di cinque film e di undici anni, la potenza narrativa, dosando e combinando in modo diverso le tematiche sociali, pur senza allontanarsi troppo dai solchi scavati nella pellicola di partenza.

Non si scivola mai nel banale, né tantomeno si scende a compromessi. Il fenomeno tipicamente giapponese di utilizzare le ragazzine in uniforme scolastica per esprimere concetti sessualmente espliciti, per esempio, qui manca del tutto. Così come manca la classica figura, tipica dell’horror orientale, dello spettro vendicativo, inarrestabile quasi più per principio che per altro. Fantasmi qui ce ne sono a bizzeffe, ma sono più che altro fantasmi romantici, nelle cui eteree figure ci si immerge piacevolmente, condividendo le loro sofferenze e i loro stati d’animo.

Recensione

“Desideravo un’amica che parlasse con me. Non intendevo davvero fare del male a nessuno. Volevo solo qualcuno a cui lasciare un ricordo di me. Tutto qui.”

Quando non si hanno amici, poche cose sono più imbarazzanti del percorrere il corridoio affollato di una scuola, da soli, tentando di rendersi invisibili, mentre le voci attorno a noi sembrano abbassarsi di tono al nostro passaggio trasformandosi in risatine e bisbigli. È proprio in un’immagine come questa che va ricercato il senso di Whispering Corridors (Yeogo Godam), di Park Ki-Hyung, primo episodio di quella che diventerà, nel giro di pochi anni, una delle più celebri saghe cinematografiche della Corea del Sud. Reali o soltanto immaginati, risatine e bisbigli hanno in qualche modo caratterizzato la vita scolastica di ciascuno di noi. Segnali di disapprovazione, di distinzione o, peggio ancora, di derisione; spesso sintomo di un’insicurezza di fondo, tipica degli adolescenti di tutto il mondo costantemente alle prese con le pretese di una società competitiva con la quale, sin da bambini, ci si deve commisurare.

E, se già vi sembra competitivo il nostro sistema scolastico, allora non conoscete quello coreano…

Vigilia dell’inizio del nuovo anno scolastico alla Jookran High School for Girls. È notte fonda, ma qualcuno pare non accorgersene. La tensione è già palpabile quando la macchina da presa ci accompagna all’interno dell’ufficio della professoressa Park, sulla cui scrivania, rischiarata dalla fioca luce di un abat-jour, giacciono alcuni registri di classe risalenti a diverso tempo addietro. In quei registri si cela forse la chiave del mistero sulla morte di un’alunna avvenuta nove anni prima. La professoressa Park è convinta che la defunta Jin-Ju sia tornata dall’aldilà. Tormentata da tale ipotesi, decide di discuterne con una sua ex allieva, Eun-Young…

Ma la notte a volte può diventare un tunnel senza sbocco, e una scuola deserta un luogo terribile, ossessionante, malsano, addirittura una trappola mortale. La mattina successiva la scena è da incubo: alcune studentesse trovano il corpo senza vita dell’insegnante penzolare appeso a una corda all’esterno dell’edificio. La morte della professoressa Park viene rapidamente archiviata come suicidio, mentre i registri di classe che la poveretta stava esaminando spariscono misteriosamente.

Eun-Young torna a scuola dopo nove anni, stavolta nelle vesti di insegnante, e viene presto travolta dai ricordi e dal rimorso mai sopito per la rottura della sua amicizia con Jin-Ju, causata anche dalle pressioni della Park. Sola e vessata dai compagni, Jin-Ju si era suicidata proprio all’interno della scuola.

Mentre la giovane professoressa s’imbarca in un’indagine per capire cosa esattamente stia succedendo, le studentesse Lim Ji-Oh e Yoon Jae-Yi passano momenti difficili: Ji-Oh, in particolare, viene presa di mira dal terribile professor Oh…

Sebbene il titolo evochi lunghi corridoi male illuminati da cui fantasmi vendicativi osservano e si manifestano per braccare ignari malcapitati, di questo in Whispering Corridors non c’è quasi traccia. Il body count è minimo e ciò, già da solo, basta a chiarire che ci troviamo di fronte a un horror atipico. I lunghi corridoi tra le aule ci sono, naturalmente, ma perlopiù vuoti di qualsiasi presenza, umana o immateriale, quasi a simboleggiare la solitudine degli studenti in un’istituzione scolastica disumanizzante. L’intero film è girato all’interno dell’ambiente scolastico, come se la vita delle studentesse (siamo in un istituto femminile) esistesse solo in rapporto con la scuola. Gli unici adulti sono i professori, quasi tutti individui sgradevoli, impegnati a mantenere la disciplina (arrivando sino alla violenza fisica) e a fomentare la rivalità tra studenti. In uno scenario così competitivo, i compagni di classe sono dei nemici e tutto ciò che conta sono i risultati: chi tentenna o cade viene compatito, deriso, emarginato.

Nella scuola coreana, così impietosamente descritta in questo film, non c’è posto per la comprensione e la compassione come non ve n’è per l’estro e l’individualità: è il fallimento totale del concetto di educazione. Whispering Corridors è controverso proprio per le ombre che getta sul sistema scolastico nazionale, tanto che all’epoca della sua uscita fu molto contestato.

A una visione superficiale può essere scambiato per l’ennesimo film orientale caratterizzato dalla presenza di un fantasma vendicativo, ma se ci si sofferma un attimo non è difficile rendersi conto di quanto questa sia fondamentalmente una pellicola sull’amicizia e sulla solitudine. Come Eun-Young e Jin-Ju, altre coppie di amiche sono destinate a separarsi per sempre. Lo spirito di Jin-Ju non cerca vendetta, ma torna ciclicamente tra i corridori della scuola per trovare ciò che in vita non è riuscita a ottenere: un’amicizia sincera. Il fantasma dispensa morte solo per proteggere se stessa e chi le è amica. Nemmeno la sorte che intende riservare a Eun-Young nasconde cattiveria: nessuna ritorsione, solo la volontà di impedire all’antica amica di mutarsi in una seconda professoressa Park.

I colori del film sono smorzati, le musiche appena accennate, l’incedere della narrazione è volutamente lento e intimista; dopo la morte iniziale della Park accade poco di cruento, e nemmeno la successiva dipartita del professor Oh (gradita parentesi di adrenalina) riesce veramente a turbare l’atmosfera quasi onirica. La storia ruota tutta attorno a Ji-Oh e Jae-Yi, alle dinamiche ancora fragili della loro amicizia e alle vicissitudini scolastiche che le coinvolgono. La parte di Eun-Young è di rimuginare sul passato, non molto di più; ma, con la sua aria perennemente malinconica, la giovane insegnante è di gran lunga il personaggio più singolare, e il suo attaccamento verso la scuola, che anche da adulta non riesce a lasciare, altro non è che la spia del suo rimorso per aver involontariamente contribuito alla morte di Jin-Ju.

Whispering Corridors è voyeuristico nel mostrare le emozioni (trattenute, alla maniera orientale) dei protagonisti, molto meno nel mostrare il sangue, che difatti, se pur presente, scorre copioso solo alla fine: sangue che è solo simbolico, come quello della famosa scena dell’ascensore di Shining; sangue che è il sangue di Jin-Ju, che cola dalle pareti ma in realtà sgorga direttamente dal suo cuore.

Il fantasma, incalzato da Ji-Oh, rinuncerà a far del male a Eun-Young e a restare nella scuola, un gesto di amicizia che lo riconsegna alla solitudine cui appartiene. Ma in nove anni l’insano microcosmo scolastico non è cambiato di una virgola e il passato è destinato a ritornare: altre due studentesse hanno loro malgrado rimesso in scena, con poche variazioni, il dramma già vissuto da Eun-Young e Jin-Ju, e, come si intuisce nel finale, un nuovo spirito inquieto è pronto a prendere il posto di Jin-Ju tra i corridoi della scuola. Questa conclusione, perfetta, non solo rimanda alla ciclicità del passato ma apre furbescamente le porte al sequel, girato l’anno successivo.

Educazione coreana

Mentre i fotogrammi di Whispering Corridors scorrono davanti agli occhi, ci si chiede se il contorno scolastico e il modo in cui viene descritto siano realistici. Tutto è girato all’interno di una scuola, mattina, pomeriggio, sera, notte: sembra che gli studenti trascorrano l’arco delle ventiquattro ore interamente tra le mura dell’istituto. Non sembrano avere altri interessi nella vita, e nemmeno una casa, né una famiglia. Dove sono i genitori? Dove sono le attività extrascolastiche tipiche degli adolescenti che conosciamo noi (e che eravamo noi)? La risposta è molto semplice: la vita dei giovani coreani è davvero tutta lì! Nulla più di ciò che si vede nei film della serie: scuola, scuola e ancora scuola.

Facciamo un passo indietro… Il primo capitolo della pentalogia fu il prodotto di un periodo di grandi cambiamenti in Corea del Sud, iniziati solo pochi anni prima con l’elezione del presidente Kim Young-Sam a capo del primo governo civile dai tempi del colpo di stato militare del 1961.

Nell’anno in cui Whispering Corridors uscì nelle sale, la Corea del Sud, sorprendendo il mondo intero, riuscì a mantenere il suo impegno a democratizzare i processi politici, nominando presidente, ancora una volta in modo democratico, Kim Dae-Jung; l’elezione rappresentò il primo trasferimento del governo tra partiti con mezzi pacifici. Kim Dae-Jung risollevò il Paese dalla crisi finanziaria e avviò una politica di riconciliazione con la Corea del Nord; nel 2000 fu insignito del premio Nobel per la pace, per il suo lavoro a favore della democrazia e dei diritti umani. Anche l’industria cinematografia coreana trasse un gran beneficio dal cambiamento sociale e politico, e film come Whispering Corridors, solo pochi anni prima impensabili, riscossero un successo strepitoso (nell’anno in cui il nostro uscì, divenne il settimo film coreano di sempre per numero di spettatori), e gli fu permesso non solo di divertire ma di portare un forte segnale di denuncia. Fu proprio in questo scenario che il regista Park Ki-Hyung, all’epoca appena trentenne, decise di utilizzare la macchina da presa per portare all’attenzione del mondo la paradossale esistenza degli studenti coreani, fatta di pressione sociale e di una rigorosa disciplina che non di rado sfocia in abuso fisico perpetrato dagli insegnanti.

A un impreparato osservatore occidentale, Whispering Corridors sembra essere una drastica semplificazione, ovvero il metodo ideale per sopperire a una mancanza di budget: tutto è girato, come si accennava, tra le aule (e ovviamente i corridoi) di una scuola. Una situazione che può però leggersi come l’altra faccia della democrazia, l’ennesimo conto da saldare all’ormai scomparso regime militare. Dopo decenni di isolamento, la nazione si era ritrovata a confrontarsi con il resto del mondo e, una volta tirate le somme, a cercare di recuperare il passo affidandosi a un sistema severo e soffocante in grado di garantire un rapido sviluppo economico. Costi quel che costi.

Un sistema durissimo ma dannatamente efficace: senza l’ossessione maniacale per la competizione, sviluppata già in età prescolastica, la Corea del Sud non sarebbe mai diventata la potenza economica che è oggi. Ma a quale prezzo?

Nel 2010, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, sono stati 146 gli studenti coreani che si sono tolti la vita (il tasso di suicidi più alto tra i Paesi dell’OCSE), mentre in generale si registra un drammatico primato di circa 40 suicidi all’anno ogni 100 mila abitanti (quattro volte più che in Italia). Il sistema di educazione in sé non è tuttavia molto diverso dal nostro: esso consiste in 6 anni di elementari, 3 anni di medie, 3 anni di superiori, poi 4 anni di università e dottorati di vario genere a seguire. Ciò che è diametralmente opposto è il modo ferocemente competitivo con cui vengono affrontati gli anni di studio. L’obiettivo è quello di poter accedere agli atenei prestigiosi del Paese, gli unici attraverso i quali le carriere lavorative dei giovani coreani possono spiccare il volo verso il successo. Solo una piccola percentuale tra i richiedenti riesce ad accedere ai test di ammissione e, tra questi, pochissimi vengono scelti. Per tutti gli altri non resta che la prospettiva di una vita nell’ombra, macchiata dall’umiliazione.

E così 4 milioni di studenti trascorrono maniacalmente 14 ore al giorno sui libri, dalle 8 di mattina alle 10 di sera, a volte dilapidando intere fortune in lezioni integrative private. Spesso, infatti, sono le famiglie stesse a spingere sull’acceleratore della competizione, disposte al sacrificio estremo (quello dei figli) sull’altare di un successo da inseguire. In questo scenario sono gli insegnanti a ricavarne il maggior beneficio, sfruttando a proprio vantaggio la folle corsa all’istruzione dettata dal desiderio di eccellenza, e arricchendosi con attività di tutoring privato o addirittura online. In una corsa senza freni tutto diviene infine ammissibile, e non stupiscono i numerosi casi di abusi che vedono protagonisti gli insegnanti nei confronti dei propri studenti.

Whispering Corridors è quindi un impietoso ritratto del sistema educativo coreano. Insegnanti come quelli descritti da Park Ki-Hyung, pur nel loro aspetto caricaturale, non sono molto diversi da quelli reali, ed è questo forse il vero elemento horror.

I corridoi della paura

Il corridoio è un luogo che racchiude in sé tutti gli elementi di cui abbiamo più terrore. Provate a pensarci. Cos’è un corridoio? Innanzitutto un luogo solitamente buio. In certi corridoi le luci sono sovente temporizzate: le accendi e dopo qualche istante, senza preavviso, esse si spengono, lasciandoti improvvisamente indifeso, in balia di chissà quali pericoli. L’incertezza, a sua volta, è perfettamente rappresentata dal corridoio, la paura anche inconscia per un percorso che si deve intraprendere, una strada da percorrere per poter ottenere il premio finale, che si trova invariabilmente all’estremo opposto. Quali e quanti pericoli si celano nei corridoi? Pensate a tutte le porte che vi si aprono: ciascuna di esse potrebbe nascondere qualcosa o qualcuno pronto a interrompere il nostro avanzare, ostacoli imprevisti che ci bloccano, che magari ci fanno del male.

Inutile dire che il corridoio è stato da sempre uno degli elementi perturbanti più diffusi nel cinema dell’orrore. Crea suspense, e noi passo dopo passo ci identifichiamo in colui che si trova a doverlo percorrere. A lui, il protagonista del film, il più delle volte andrà male. Il corridoio gli sarà fatale. A noi, seduti in poltrona, non andrà meglio. Saremo ancor più saldamente avvolti da una delle nostre paure più ancestrali.

Senza pretesa di poter essere esaustivi, proviamo a fare un parziale rapido excursus storico sul ‘corridoio’ utilizzato nel cosiddetto cinema di paura. Iniziamo la carrellata con un salto indietro al 1948, anno in cui uscì un lungometraggio intitolato Il Mistero degli Specchi (Corridor of Mirrors) del regista britannico Terence Young, film che gli appassionati di genere ricordano soprattutto per aver segnato l’esordio sul grande schermo di un giovanissimo Christopher Lee. Tratto dall’omonimo romanzo di Chris Massie, narra le vicende di un eccentrico collezionista d’arte convinto che la sua amata sia la reincarnazione di una donna raffigurata in un quadro rinascimentale comprato a Venezia. Una storia morbosa quanto raffinata, dalle forti tinte gialle, nella quale viene sapientemente affrontata la teoria della reincarnazione e dell’ineluttabilità del destino.

Nel 1951, è il turno de L’Assassino Arriva di Notte (The Long Dark Hall) della coppia di cineasti inglesi Anthony Bushell e Reginald Beck. Siamo più dalle parti del noir che dell’horror, ma ancora una volta ci troviamo di fronte a una pellicola affascinante, soprattutto per alcuni inquietanti retroscena che sovrapposero la finzione cinematografica alla vita reale dei suoi interpreti. Il film narra la vicenda di Arthur Groome (interpretato da Rex Harrison), un uomo sposato con Mary (Lilli Palmer, al tempo davvero moglie di Harrison) e ingiustamente accusato dell’omicidio dall’amante Rose. Il film si snoda sulle vicende giudiziarie dell’uomo mentre, nell’ombra, il vero omicida si prepara a colpire di nuovo. Il particolare bizzarro è che lo stesso Harrison, tre anni prima, fu accusato della morte della propria amante, Carole Landis, suicidatasi per amore dopo l’ennesimo rifiuto da parte dell’attore di lasciare la moglie. Sembra oggi difficile credere che Harrison e la Palmer abbiano potuto, dopo così poco tempo, interpretare una storia di tradimento tanto simile a quella da loro stessi vissuta.

Nonostante il titolo originale lasci presagire la presenza di corridoi, il film Prima dell’Anestesia (Corridors of Blood, 1958) ha poco a che fare con gli altri film citati. Il titolo in inglese altro non è che un modo per sottolineare l’ambientazione ospedaliera, dove troviamo un fenomenale Boris Karloff nei panni di un chirurgo impegnato a testare su se stesso composti chimici per creare un nuovo anestetico, con risultati che possiamo facilmente immaginare. Saranno molto più significativi, dal nostro punto di vista, i corridoi dell’ospedale della cittadina di Haddonfield dove la giovane Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) cercherà di sfuggire alla lama affilata di uno scatenato Michael Myers ne Il Signore della Morte (Halloween II), secondo capitolo della saga carpenteriana ‘Halloween’ (1978-2009).

Degli anni ’60 sono due i titoli importanti che vale la pena ricordare: Il Corridoio della Paura (Shock Corridor, 1963) di Samuel Fuller, e Repulsione (Repulsion, 1965) di Roman Polanski, entrambi facenti parte di quel particolare filone conosciuto come ‘cinema della follia’. Il primo racconta la storia di un giornalista a caccia di gloria che, per indagare su un omicidio avvenuto in un ospedale psichiatrico, si fa ricoverare in incognito. Il secondo è la vicenda allucinata di una giovane donna timida e impacciata (Catherine Deneuve) il cui equilibrio mentale, minato dalla sgradita convivenza con la sorella e il di lei amante, si spezzerà definitivamente quando i due coinquilini, un giorno, la lasceranno sola tra le mura di una casa divenuta improvvisamente minacciosa. Memorabile la scena del corridoio con le mani che sbucano dalle pareti per afferrarla.

Rimanendo in ‘zona Polanski’, occorre citare anche la scena clou del suo capolavoro Rosemary’s Baby (1968). La storia la ricordate tutti, no? Due giovani sposi traslocano in un nuovo appartamento (un classico!), dove ben presto la loro tranquillità viene turbata dalla presenza asfissiante del vicinato, uno stuolo di persone prevalentemente anziane. Quando la moglie (Mia Farrow) scopre di essere incinta, sentendosi vittima di una congiura ai danni del nascituro farà il possibile per scoprire le reali intenzioni di quelle persone così apparentemente premurose. Troverà la verità dopo aver attraversato una serie di corridoi tra i più inquietanti.

La scena di Rosemary’s Baby è molto simile a quella utilizzata dieci anni dopo dal nostro Dario Argento in Suspiria (1977), in cui l’attrice Jessica Harper giungerà alla resa dei conti con la sua nemesi dopo aver attraversato un lungo e oscuro corridoio. I corridoi sono presenti per tutta la durata del film e costituiscono senza dubbio l’aspetto più perturbante del primo capitolo della ‘trilogia delle Tre Madri’. Come dimenticare le inquietanti notti trascorse nell’Accademia di danza di Friburgo, tormentate dall’ansimante respiro della malvagia Mater Suspiriorum? All’atmosfera di mistero propria di quei corridoi contribuisce l’imponente fotografia di Luciano Tovoli che, alternando forti cromatismi rossi (il colore predominante), blu e verdi, riuscì a creare quell’insostenibile senso di angoscia che oggi, quasi quarant’anni dopo, ancora non riusciamo a dimenticare.

Come già per Polanski, i corridoi sembrano aver influenzato quasi tutta la filmografia di Dario Argento. Ricordate il corridoio rivelatore della celeberrima scena finale di Profondo Rosso (1975)? E quell’altro, ancora più spaventoso, che dovette affrontare nello stesso film la scrittrice Amanda Righetti pochi istanti prima di venire assassinata? Altri corridoi furono generosamente offerti da Argento nel successivo Inferno (1980); non solo tutti quelli orribili presenti nella magione newyorkese della Mater Tenebrarum, ma anche e soprattutto il corridoio dell’abitazione di Sara (Eleonora Giorgi), dove sia lei che Carlo (Gabriele Lavia) troveranno la morte in una scena ad alto tasso di suspense.

“Le mie paure sono metafisiche, trascendentali, inspiegabili. Non sono paure concrete, reali, quotidiane, ma nascono dai miei incubi. Per questo i miei film hanno tutti una componente onirica. Mi spaventano le scale, mi atterriscono i corridoi e il pensiero che a percorrerli possano essere presenze oscure, maligne”, rivelò tempo addietro Argento nel corso di un’intervista. I corridoi non sono quindi un particolare lasciato al caso nel cinema del regista romano. Seguendo il suo stesso spunto, possiamo ampliare il nostro discorso alle scale, le cui caratteristiche, se vogliamo, sono ancor più sinistre di quelle dei corridoi: nelle scale l’angoscia viene amplificata dall’andamento verticale, oltre a quello orizzontale di cui già sappiamo.

Viene subito in mente La Casa con la Scala nel Buio (1983) di Lamberto Bava, la cui scena iniziale è forse una delle più spaventose che io ricordi. Nel corso del film abbiamo a che fare pure con diversi corridoi, non ultimo quello labirintico del finale, dove viene rivelato il volto del killer. Troviamo altre scale memorabili nel pregevole Chi C’è in Fondo a Quella Scala… (Pin, di Sandor Stern, 1988) e nell’agghiacciante (decidete voi in che senso) La Scala della Follia (Dark Places, di Don Sharp, 1973); ma l’oscar della più celebre va senza dubbio a quella de La Scala a Chiocciola di Robert Siodmak (The Spiral Staircase, 1945), la storia di una ragazza affetta da un mutismo di origine psicologica, che si troverà alle prese con un serial killer specializzato nell’assassinare donne disabili. Menzioni speciali vanno poi a La Donna che Visse Due Volte di Hitchcock (Vertigo, 1958), con le scale del campanile come vero luogo cardine di tutto il film, e naturalmente a La Corazzata Potëmkin di Ėjzenštejn (1926) con l’indimenticabile scalinata di Odessa. Quest’ultimo, lo so bene, non è un horror né un thriller, ma la scalinata amplifica l’effetto drammatico e orrorifico della mattanza, rappresentata in una scena talmente famosa da essersi meritata almeno una citazione di culto (ne Gli Intoccabili, naturalmente).

Torniamo rapidamente ai corridoi. Su quelli cimiteriali immaginati da Don Coscarelli nella sua pentalogia Phantasm (1979-2015) non credo serva aggiungere nulla (ne abbiamo parlato nel n. 3 di TdC Magazine), così come non serve dilungarsi sul corridoio di hitchockiana memoria ammirato in Poltergeist – Demoniache Presenze (1982) di Tobe Hooper (TdC Magazine n. 2). Interessante invece soffermarsi sui corridoi della metropolitana londinese così come li abbiamo visti nel fondamentale Un Lupo Mannaro Americano a Londra (An American Werewolf in London, 1981). In questo caso si può parlare forse più di tunnel che di corridoi, ma la sostanza non cambia: l’orrore non proviene dai lati, ma dall’incertezza di ciò che attende dietro la prossima curva o, meglio ancora, di ciò che insegue alle spalle, costringendo chi si trova in tale situazione a fare ciò che non avrebbe mai voluto, vale a dire correre a perdifiato verso l’ignoto. Ritroveremo il tunnel altre volte nel cinema dell’orrore, l’ultima cronologicamente forse in quel gioiellino di Absentia (2011), firmato dall’astro nascente Mike Flanagan.

È invece obbligatorio parlare del corridoio per eccellenza, il numero Uno dei corridoi, quello che in assoluto ha turbato i sogni di chiunque ne abbia affrontato la visione. Mi sto riferendo naturalmente al corridoio, anzi al dedalo di corridoi, visto in Shining (The Shining, 1980), ovvero a quell’incredibile scenografia messa in piedi da Stanley Kubrick per il suo Overlook Hotel. A chi di noi, ospite di un albergo per vacanza o per lavoro, non sovvengono alla memoria, almeno per un attimo, quelle angoscianti inquadrature? Chi di noi non prova un piccolo brivido quando si ritrova da solo, sbarcato dall’ascensore al piano di un albergo, alla ricerca della porta della propria stanza? A me capita sempre. Tutte le volte. E ogni volta prego che non mi venga assegnata quella maledetta camera numero 237.

Sorvoliamo, a proposito di Stanley Kubrick, su quel claustrofobico corridoio circolare visto in 2001: Odissea nello Spazio (2001: A Space Odyssey, 1968), e spostiamo l’attenzione su una saga horror nella quale i corridoi l’hanno sempre fatta da padrone: sto parlando di Nightmare (1984-1994) che, sin dal primo capitolo scritto e girato da Wes Craven (A Nightmare on Elm Street), ha elargito corridoi terrificanti in tutte le salse. Corridoi di case, di scuole, di fabbriche abbandonate, e chi più ne ha più ne metta. Non è assolutamente casuale questa abbondanza in un ciclo che ruota attorno al mondo onirico, luogo spaventoso per eccellenza, i cui temi (in questo caso le ossessioni legate all’infanzia) ricalcano i topoi del cinema horror; addirittura li superano incarnando una volta per tutte le paure più ancestrali e materializzandole nel mondo reale sotto forma del demoniaco Freddy Krueger che, dal punto di vista analitico, rappresenta in realtà la coscienza sporca dalla quale i cittadini di Springwood non riescono a liberarsi. Il corridoio in Nightmare riproduce ancora una volta il punto di passaggio tra l’aldiqua e l’aldilà, ma ciò che lo rende sostanzialmente diverso è la capacità di chiudersi su se stesso, cortocircuitando i propri estremi affinché sia sempre più difficile, per l’incauto viaggiatore, distinguere l’inizio dalla fine, il sogno dalla realtà, il bene dal male, la vita dalla morte.

Dopo Nightmare e per tutti gli anni Novanta il cinema occidentale finisce un po’ per trascurare il corridoio come elemento perturbante. Parlando del presente, sono solo due i casi che a memoria riesco a citare: Naboer, film norvegese del 2005 del regista Pål Sletaune, dove il povero John si ritrova alle prese con due invadenti vicine e una casa dai troppi cunicoli; e Citadel, piccolo film irlandese del 2012 di Ciarán Foy, dove i corridoi di un complesso di appartamenti sono il teatro di agghiaccianti episodi di aggressione da parte di individui che (forse) non sono nemmeno più umani. Il secondo, in particolare, mi ha dato più di un brivido, costringendomi a condividere, anche se per poco, l’agorafobia del protagonista.

Passiamo al nascente fenomeno conosciuto come J-Horror, e troviamo subito nuova linfa in Ju-On (2000) di Takashi Shimizu. Il film racconta della maledizione di una casa dove, anni addietro, un uomo uccise la moglie e il figlio in un impeto di gelosia: ne rimarrà vittima l’insegnante del bambino, che la propagherà all’esterno come un’epidemia. È proprio la scena girata in notturna nel corridoio di un ospedale, ripresa dalle telecamere di sorveglianza, quella forse più terrificante. Fu Ju-On a inaugurare quel canone orrorifico in base al quale vengono mostrati lunghi corridoi le cui luci si spengono in sequenza avvicinando le tenebre (e la minaccia in esse contenuta) al malcapitato di turno. Tra le tante scene del genere, mi sovviene quella in Coming Soon (2008) del tailandese Sopon Sukdapisit; ma la lista è interminabile, così come l’elenco dei corridoi del cinema asiatico, nel quale, proprio per la tipica struttura degli edifici, queste angoscianti corsie domestiche sono spesso presenti anche quando non necessarie ai fini della narrazione. Tra i tanti possiamo citare Dark Water (Honogurai Mizu no Soko Kara, 2002) di Hideo Nakata, The Eye (Gin Gwai, 2002) dei fratelli Pang, APT (Apateu) e Forbidden Floor (Nebeonjjae Cheung, aka Hidden Floor) entrambi del 2006 diretti rispettivamente dai coreani Ahn Byeong-Ki e Kwon Ho-Yeong, Apartment 1303 (2007) del giapponese Ataru Oikawa, da Honk Kong Haunted Office (Office You Gui, 2002) di Marco Mak e, perché no, Red Eye (Redeu-ai, 2005, aka Death Train) del coreano Kim Dong-Bin, dove il luogo dell’orrore assume le sembianze del corridoio di un treno.

È dunque in questo prolifico scenario che si inserisce la saga Whispering Corridors