Wildt
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Wildt, un crivello nel fiume del tempo

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L’arte, quando è frutto di autentico dolore, sacrificio, perizia distillata da una pratica sfibrante, redime. Sempre.

Risana, anche se brucia. Specialmente in tempi oscuri. Soprattutto quando attraversa un fiume ostinato e spumeggiante, quando rischia di affogare, essere travolta, coperta, vinta, e invece come un pescatore sovrannaturale affonda le mani nel gorgo bianco di schiuma e trattiene le pagliuzze rarissime del tempo. Un setaccio umano, un crivello attraversato da onde, raggi, tempeste, capace di conservare, sottrarre alla distruzione, salvare, accogliere e raccogliere. Oggi a ben vedere questo è necessario. Astenersi dal vocio inconcludente, dal bazar rissoso e osceno, dal luogo comune sciorinato con vanto, e tornare alla nuda forza dello spirito. Questo ci insegna per esempio l’arte di Wildt, anche quando tocca il celebrativo o l’encomiastico; è come li tocca – e come ne risorge subito – che ha del formidabile. La classicità non passa invano, quando è una lezione maturata, appresa, rielaborata, viva. Spinge oltre, nel territorio delle inquietudini e delle scoperte.

Che Wildt non piaccia perché funerario – e in effetti gran parte del suo patrimonio immaginativo e visivo lo è – è un fatto; ma è solo una parte del tutto. Che Wildt non piaccia perché artista del fascismo, occasionalmente per giunta, può essere giudizio buono solo per delle raglianti e “diplomate” teste di cazzo. Che Wildt non lasci il segno nell’occhio di chi guarda, è pura eresia affermarlo. Egli, come giustamente sottolineato da Fernando Mazzocca e Paola Mola, curatori della mostra ‘Wildt. L’Anima delle Forme da Michelangelo a Klimt’, allestita a Forlì nel Complesso museale di San Domenico, fino al 17 giugno 2012, parte da Michelangelo. È bene sottolinearlo. Attraversa Klimt e la pittura metafisica, ma ripercorre i classici del Rinascimento e dell’Antirinascimento. Wildt è classicismo ultranovecentesco nel più puro senso del termine. Wildt esce dal simbolismo, anche se spesso troppi lo spacciano per simbolista. Wildt, genio dimenticato dell’Arte italica, non appartiene al futurismo, ma riesce a essere futurista quando meno te lo aspetti. E senza la cacofonica messinscena da poseur. Wildt è sacro e terreno, uranico e ctonio, allo stesso tempo. Gotico? Certo ma a modo suo. E sempre con eleganza sostanziale al contenuto. La mostra forlivese è un panorama irrinunciabile sull’artista, ricca di opere, numerose e che coprono l’intero arco creativo dello scultore, il quale ha dato prova somma anche nella pura grafica. Peccato non avergli affiancato fra gli altri – merita anche il List – più che degnamente qualche pezzo di Cambellotti. La mostra vale anche uno sguardo su Mazzucotelli, e l’attività più decorativa, “minore”, delle arti applicate, ma non per questo meno affascinante, del liberty milanese.

Lasciando stare paragoni con Avatar, che proprio rappresentano un cedimento deteriore alla spettacolarizzazione dell’arte, credo sia vitale stabilire Wildt come modello da imitare e – magari persino, chissà – superare. Anche una buona imitazione insegnerebbe e di molto a parecchi sedicenti artisti e interpreti del vero. Vero e sacro sono termini wildtiani almeno quanto sono klimtiani, e consigliamo ancora di accoppiare la visita a Forlì a quella della mostra dedicata a Venezia a Klimt. Del quale fra l’altro a Forlì sono in questa stessa mostra esposti degli studi.

Detto questo in tempi di internettiana imbecillita conclamata, Wildt è un veleno che guarisce, a costo di spezzare.

È sempre la cura migliore.