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X-Men

Le origini

Ideati da Stan Lee e Jack Kirby per Marvel, gli X-Men sono una squadra di supereroi dotati di un DNA più sofisticato rispetto ai normali homo sapiens sapiens: uno speciale “gene X” conferisce loro facoltà sovrumane (come capacità di volare o di attraversare i muri, telecinesi, controllo sugli elementi, facoltà telepatiche o mutazioni fisiche); essi rappresentano a tutti gli effetti un’evoluzione della razza umana.

La prima apparizione degli X-Men nel mondo dei comics avvenne nel settembre del 1963 con discreto successo di pubblico, successo che negli anni crebbe e che, seppure tra alti e bassi, permise alla testata di prosperare sfornando nuove storie, nuovi personaggi e nuove situazioni. Grazie all’avvicendarsi di numerosi autori e disegnatori, e a strategici cambiamenti di formazione del gruppo degli X-Men, la serie è riuscita a superare indenne i decenni e le crisi che hanno periodicamente afflitto l’industria del fumetto, mantenendo sempre una certa soglia di popolarità, sino a diventare uno dei titoli Marvel più venduti. Un consenso che tuttora prosegue, amplificato dalla proliferazione di numeri speciali, serie parallele, cartoni animati, videogame e recenti trasposizioni cinematografiche.

Sebbene l’idea di base, ovvero quella del gruppo di superuomini emarginati a causa della loro diversità, non fosse del tutto nuova al pubblico americano degli anni Sessanta essendo già proposta da Dc Comics con testate e personaggi analoghi, gli eroi presentati dalla Marvel hanno indubbiamente saputo catturare l’interesse e le simpatie del pubblico, statunitense prima e internazionale poi. I mutanti (questo il termine per identificare i possessori del gene X) sono sì persone speciali, ma non sempre in grado di padroneggiare le proprie abilità, potenti e per questo temute. Paura, discriminazione e cultura del sospetto generano, nel mondo Marvel come in quello reale, spirali di incomprensione e tensioni che portano a identificare il diverso come capro espiatorio a cui ricondurre crisi politiche e problematiche sociali. Per reazione verso chi caldeggia l’adozione di leggi razziali o addirittura l’estinzione di quella parte di popolazione in possesso del gene X, si scatenano le ire dei mutanti più integralisti, che iniziano a covare l’aspirazione esattamente opposta: l’imporsi dell’homo sapiens superior sull’umanità.

In questo contesto, la squadra degli X-men si colloca nella scomoda posizione di garante della legalità contro ogni genere di azione di forza compiuta da mutanti malvagi, a difesa quindi di una società umana che tuttavia continua a rifiutarli, e non di rado a tramare contro di loro. Si tratta quindi di supereroi che presentano una forte connotazione drammatica e che spesso affrontano la propria diversità come un handicap da celare, o di cui vergognarsi; una condizione paradossalmente affine a quella di chi, come per esempio i disabili, ha perso alcune capacità anziché acquisirne. Talvolta questa contraddizione viene fortemente esplicitata dalle caratteristiche stesse dei personaggi: basti pensare a Charles Xavier, il più potente telepate del pianeta, costretto su una sedia a rotelle; a Scott “Ciclope” Summers perennemente costretto a indossare occhiali scuri quasi fosse cieco; o a Warren “Arcangelo” Worthington III che deve imprigionare le proprie ali piumate in una sorta di camicia di forza. Ancor peggiore è la situazione per chi possiede le fattezze di un demone, come Kurt “Nightcrawler“ Wagner.

Probabilmente è in virtù di una tale caratterizzazione, oltre alla scelta felice di proporre un gruppo variegato di eroi (multietnico, multiculturale, multinazionale… perfino multitemporale) anziché un singolo individuo, che gli X-Men hanno saputo attirare le simpatie dei lettori.

Ciò, unitamente alla creazione di storie di buon livello e, nel tempo, di testate parallele che sviluppassero ulteriormente trame e sottotrame, ha permesso agli X-Men di giungere sino a oggi con notevoli sviluppi e cambiamenti ma inalterati nell’essenza che incarnano.

Il progetto cinematografico

A partire dal 2000, Marvel ha iniziato a prodigarsi nella trasposizione cinematografica delle storie degli X-Men, inizialmente con un primo film, e in seguito, forte del discreto successo conseguito, realizzando due sequel, un prequel e spin-off dedicati a specifici personaggi del gruppo mutante. Ulteriori progetti sono in fase di valutazione, in perfetta coerenza con la mission che la “Casa delle Idee” ha sposato fondando i Marvel Studios.

Il primo film, dal titolo X-Men, affidato alla regia di Bryan Singer (già apprezzato per I soliti sospetti), propone una storia originale, non una trasposizione di una qualche avventura precedentemente pubblicata. Quella offerta al pubblico è una versione moderna e ridotta del gruppo di mutanti fondato da Charles Xavier. Essendo, quello degli X-Men, un vero e proprio universo popolato da innumerevoli eroi e villain, è stato necessario cercare di operare una sintesi puntando sui personaggi più rappresentativi e funzionali all’intreccio proposto. Il tutto condito con costumi e ambientazioni decisamente più vicini alla moda e all’estetica del 2000: i nostri eroi non vestono gli abiti sgargianti, le calzamaglie o i classici mutandoni elasticizzati dei loro esordi fumettistici, bensì tute scure, attillate e sofisticate, sulla falsariga di design già sperimentati in altri film supereoristici, come quelli dedicati a Batman.

Inutile dire che l’investimento da parte di Marvel è stato significativo, sebbene il risultato, sul piano qualitativo, non sia stato particolarmente degno di nota. Tuttavia, come spesso accade in queste circostanze, sono i numeri in termini di incasso e merchandising a decretare la buona riuscita di un progetto. E si può tranquillamente affermare che X-Men sia stato un discreto successo.

La storia proposta nel film ruota principalmente attorno alla vita di Rogue (interpretata da Anna Paquin), una giovane mutante che scopre di possedere la capacità di assorbire energia vitale, ricordi e poteri altrui mediante il semplice tocco fisico. La prima esperienza con questa straordinaria facoltà è però traumatica: un ragazzo che aveva provato a baciarla finisce in coma per alcune settimane. Confusa e turbata, la giovane scappa di casa e, nel suo vagabondare, finisce con l’incontrare Logan, alias Wolverine, un mutante dotato di un incredibile fattore rigenerante e di uno scheletro indistruttibile composto da adamantio, parte del quale fuoriesce dal dorso delle mani sotto forma di micidiali artigli retrattili.

Per ragioni che si comprenderanno durante la visione, i due vengono aggrediti da un mutante, ma subito salvati dagli X-Men, i quali li accolgono poi presso la scuola per “giovani dotati” (dotati di gene X) fondata dal professor Charles Xavier. Nel frattempo, il governo americano, incalzato dallo xenofobo senatore Kelly, spinge per l’approvazione di leggi razziali contro gli homo sapiens superior, una politica che induce il potente mutante Magneto ad architettare una drastica e criminale contromisura…

Commento

Realizzare una trasposizione cinematografica di un fumetto così longevo e seguito non è indubbiamente un compito facile. Cercare di offrirne una versione moderna, nel tentativo di incontrare i gusti di un pubblico eterogeneo e non necessariamente appassionato di comics, contribuisce ad aumentare esponenzialmente il fattore di rischio. Se a ciò si aggiunge l’eccessiva libertà nel giocare con i personaggi e un’ingenuità di fondo a livello di sceneggiatura…

La sequenza iniziale, ambientata nella Germania nazista, in verità portava a sperare in una certa attenzione nella cura del background e dell’aspetto psicologico dei personaggi, ma tutto finisce rapidamente con l’appiattirsi in un intreccio piuttosto superficiale, con dinamiche spazio-temporali molto discutibili e relazioni tra personaggi immediate e poco credibili.

Lo sforzo di portare in scena numerosi protagonisti finisce col risultare controproducente riducendoli quasi tutti a ombre di ciò che avrebbero dovuto essere, relegati sullo sfondo di una vicenda che procederebbe anche senza molti di loro.

Gli X-Men rimangono vittime dell’eccessiva attenzione riservata a Wolverine, il quale finisce col catalizzare l’interesse dello spettatore relegando molto in secondo piano tutti gli altri. Ciclope (James Marsden), il leader in campo degli X-Men, è poco più che un ragazzino di belle maniere, del tutto privo di autorevolezza, inconsistente sia come capo che come fidanzato della bella Jean Grey (Famke Janssen), telepate e telecineta, a sua volta funzionale solo a stimolare l’improbabile lato romantico di Wolverine. Xavier, mente pensante e indiscussa autorità del gruppo, nonostante l’interpretazione di Patrick Stewart non possiede né passione né fascino. Ororo “Tempesta” Munroe, è praticamente una comparsa, una partecipante senza scopo né personalità; l’unica cosa che di lei è impossibile ignorare è l’avvenenza di Halle Berry, in procinto di diventare una star.

Persino il personaggio di Rogue, pur necessaria per muovere la trama, ha assai poco a che spartire con la bella ragazza del sud degli Stati Uniti che ha popolato pagine e pagine di comics e le fantasie di molti affezionati lettori degli X-Men.

L’unico mutante discretamente reso è, in ultima analisi, Wolverine. Meriti del carismatico attore Hugh Jackman ­– e del suo manager – oltre che di precise strategie di marketing, già preparate a sfruttare commercialmente il personaggio ma che finiscono anche nel suo caso col disattendere le aspettative dei numerosi fan.

è del tutto priva di spessore anche la confraternita dei mutanti malvagi, dei cui membri, semplici burattini al servizio del plot, non viene spiegato praticamente nulla, fatta eccezione per il loro capo, Magneto, interpretato da un discreto Ian McKellen che offre però una versione stanca e invecchiata del personaggio.

Il film pecca insomma nel tratteggiare blandamente proprio quello avrebbe dovuto essere il punto di forza del gruppo dei problematici supereroi: l’umanità e la tridimensionalità dei suoi componenti, il dramma esistenziale che incarnano, la difficoltà nel farsi accettare e nel convivere con la propria diversità.

Sorvolando su questo difetto, il film riesce almeno a raggiungere l’obbiettivo di modernizzare la squadra dei supereroi, e a fare quindi da eco a quel processo di mutamento delle testate fumettistiche Marvel partito alla fine degli anni Novanta. I costumi dal taglio più futuristico rappresentano un chiaro rimando a quanto proposto nella versione “Ultimate” degli X-Men cartacei, variante della serie originale che ne rappresenta una sorta di reboot, commercializzata da Marvel a partire dal 2001 proprio per sfruttare il successo cinematografico conseguito.

In materia di riflessione su diversità, razzismo e discriminazione, X-Men fallisce invece nel veicolare con efficacia qualsivoglia messaggio, a causa della scelta, voluta, di puntare più sull’azione pura, con notevole dispendio di risorse in termini di effetti speciali visivi; e di trucco (basti pensare a come hanno conciato la bella Rebecca Romijn che, irriconoscibile, interpreta la mutaforma Mystica). Al più, viene suggerito allo spettatore che le vittime di persecuzione razziale possono covare una sorta di personale necessità di vendetta, come sembra accadere a Magneto dopo aver sperimentato sulla propria pelle l’orrore dell’olocausto perpetrato dai nazisti ai danni degli ebrei. Ogni messaggio però è labile, finendo soffocato dai ritmi dettati dal copione e dalle priorità di marketing professate dal film stesso.

Il risultato finale non può quindi che assestarsi al di sotto della soglia della sufficienza, proponendo agli spettatori una visione che risulta a tratti fredda e didascalica, incapace di suscitare una reale partecipazione.