Yodo
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Yodo

“Una conchiglia è il labirinto del vento collegato al mondo infero marino. Il suo ventre è il miasma. Il rifugio abissale del sangue. L’ululato dei dintorni. Lo spazio dove la voce si dissolve in sabbia. Una conchiglia torna sempre nello stesso punto. Cerca di uscire e sempre ritorna. La sua stessa forza la contrae.

Il suo ritmo è interiore, senza uscita, si avvolge su sé stessa, si comprime e si divora, nella sua stessa carne, nel suo stesso cristallo.

Una conchiglia è una porta chiusa.

Chiusa e definitiva.

Non esiste un essere più infelice di colui che torna dal silenzio e non trova nessuno.”

Yodo. Iodio e l’odore del mare, anche se il mare in questa storia di violenza e sangue è solo lo sfondo di una pace apparente. Mare e conchiglie, che il protagonista raccoglie e conserva gelosamente. Per giocare, per scavare lombrichi nella terra, e, a volte, per uccidere. Raccoglie anche sassi, come quelli che gli vengono gettati contro quando esce in strada; li ammucchia giorno dopo giorno in un luogo dal nome brutalmente esplicito: Primo Sangue.

Il protagonista di questo horror urbano non ha il profilo scontato del serial killer a cui tanta letteratura e filmografia ci hanno abituato, è bensì qualcosa di molto meno prevedibile. La madre è una santona, la bruja della tradizione ispano-americana (Madame Adela – fa tornare l’amore e la fortuna), ma, nonostante le boccette d’acqua vendute come rimedi miracolosi, è una strega Vera. E su quel figlio, nel barrio dove entrambi vivono, circola una strana storia: di come sia nato a metà tra la vita e la morte, e di come sia rimasto sospeso su quell’oscuro confine fino al giorno in cui la madre, patteggiando col Demonio, se lo è ripreso. Ma la creatura che è tornata indietro, di umano ha ben poco. Sappiamo qualcosa di come appare: un corpo bellissimo, albino, tatuato con i simboli di protezione che ne hanno permesso il risveglio. Un volto simile a quello del padre, morto per le maledizioni della madre, perché non ha voluto sposarla. Forse un nome (Horacio?), forse un’età (25 anni?), ma questi particolari per il protagonista, che si racconta in prima persona, hanno poca importanza. Altri elementi spuntano quasi senza volere dalle sue parole: la gente lo conosce come il “figlio della strega”, il ritardato che non dice tre frasi in fila, e guarda per ore la “Pantera Rosa”. Che esce solo al crepuscolo, e osserva affascinato ogni partenza e arrivo al capolinea degli autobus, finché gli autisti non lo scacciano a sassate. Lui questo ruolo lo accetta.

“Comprendo il linguaggio degli insulti e delle pietre, e accetto di non avvicinarmi” ci dice subito, all’inizio del suo racconto, mentre cammina al buio tra i rifiuti. “Soprattutto perché le pietre fanno male.”

In compenso, pagina dopo pagina, con abominevole innocenza, ci racconta quello che è. E quello che fa.

Se la gente che gli vive attorno, insultandolo, temendolo, desiderandolo in qualche caso, sapesse qualcosa di più sul suo vero essere, probabilmente farebbe molto più che lanciargli sassi. Perché “Yodo” è il vero mostro riemerso dal mondo delle Ombre, e le ha portate con sé. Nel polveroso quartiere periferico di una qualsiasi città messicana (Puebla?), la realtà cruda di tutti i giorni, fatta di traffici illeciti, malavita e riciclaggio di denaro sporco, viene infestata (haunted sarebbe il termine inglese esatto) da qualcosa di meno organizzato ma molto più potente: l’inarrestabile violenza di una mente alterata che non conosce altre leggi se non quelle del suo istinto. La degradata normalità di una banlieu sudamericana si veste d’irreale, atmosfera che solo certi autori di sangue latino riescono a creare: un microuniverso distopico dove la gente va prima dal dottore e poi dalla strega, dove un vulcano a volte ricopre tutto di polvere grigia, che le piogge torrenziali trasformano in fango, dove l’esistenza apparentemente normale della gente viene sconvolta da ruspe grandi come mostri, che scavano ferite insanabili.

E, in mezzo a tutto ciò, c’è lui e la sua oscurità. Questo primo attore senza nome ha molto d’impensabile sotto la sua scorza di “diverso”. Infatti, diverso lo è veramente. Prova pena per la madre, e piange, quando sente i rumorosi amplessi con i suoi svariati amanti. “Poverina, come soffre.” È mentalmente vergine – sebbene abbia più volte stuprato ragazzi – finché non viene svezzato da una giovane di pochi scrupoli, che nulla sospetta di colui che desidera dominare attraverso il sesso. Vive in una stanza dove mai nessuno entra, neppure sua madre da quando ha cercato di violentarla, e dove nasconde le distorte tracce materiali della sua mente: pezzi di corpi in vasi da fiori, spazzatura da succhiare nei momenti di disperazione, e conchiglie. Quelle conchiglie che in qualche modo compaiono sempre durante il racconto, feticci emersi dal mare, in grado di riprodurne il suono ma incapaci di tornare al loro elemento primario. Piccoli labirinti che si involgono su sé stessi, ricordando il soffio primigenio di un mondo “infero” che non è più il loro.

Qualche accenno tinge di soprannaturale questa figura così spietata e insieme innocente: il rifiuto della luce e degli specchi, la capacità di leggere sulle labbra, il fatto che non possa morire, perché è già morto. Questo serial killer ci appare come sputato indietro dalle tenebre, nudo e inerme, con una coscienza di sé che brancola nel buio, sufficiente però a donargli sconcertanti conoscenze enciclopediche e la lucidità intelligente della belva in agguato. Lui non ha anima e non ha sentimenti, se non quelli primordiali: fame e sonno, odio e desiderio, dolore e piacere. Ciò che gli dà soddisfazione è sempre legato al non-vivo: le cose putride, la morte dei lombrichi sotto il sole, l’odore delle fogne, la visione cruenta del sangue.

Il piacere supremo, la quiete tanto desiderata, si manifestano solo quando uccide, all’improvviso e senza motivo apparente. Uccide chiunque e qualunque cosa, una bambina incontrata per caso, una sconosciuta rimasta troppo a lungo vicino al banco del mercato, cani e gatti e galline, bianche preferibilmente. Questa è la “normalità”, che lui, bene o male, riesce a tenere sotto controllo.

Poi, l’equilibrio si spezza. Il disegno precario della sua esistenza, tra le mura della propria casa e la madre che lo protegge con tutte le sue armi, rischia di essere spazzato via da una sordida storia di “business” che tutti sembrano conoscere tranne lui. E qui, la situazione esplode. Il desiderio di uccidere prevarica ogni altra cosa, non risparmia nessuno, nemmeno la ragazza che, per quanto indegna, gli si è concessa in tutto: “Mi aspettava una notte felice e faticosa, in cui avrei fatto a pezzi il suo corpo bello, fragile e bianco”.

Solo alla fine, il sospetto di horror sovrannaturale si allarga in uno squarcio: Lui, il Figlio delle Ombre, si rivela finalmente per quello che è, provocando paura e sorpresa nella madre stessa, che forse non aveva mai del tutto capito cosa fosse quel frutto anomalo del suo ventre. La scena sembra classica: caricato su una macchina, viene minacciato da sconosciuti sicari per indurlo a confessare cose che non sa. Vorrebbero anche torturarlo, ma il suo corpo, colpito da un proiettile, sanguina appena e si rimargina. La sua reazione è atavica: uccide azzannando alla gola.

Lo Iodio è una sostanza quasi luciferina, cura e veleno, dai riflessi violetti e l’odore acre. Non è un metallo prezioso, né un gas impalpabile, né un minerale di solida utilità. È uno strano elemento, presente ovunque a piccole dosi, che si riconosce nell’odore del mare e delle conchiglie appena aperte. Ma quando il suo livello aumenta, provoca conseguenze estreme.

Yodo è un romanzo unico, che suscita sentimenti spiacevoli e contrastanti: eccitazione e ribrezzo, tristezza ed esaltazione. Rifiuto e tenerezza. Rabbia e amore. Perché l’autore è riuscito a descrivere qualcosa di più allucinante della violenza stessa: il candore del crimine, commesso senza alcuna reale consapevolezza. E quindi, annullando ogni possibile morale, senza colpa.

Ogni elemento chimico su questa terra è senz’anima. Segue la sua natura, in perfetta innocenza, ma irrimediabilmente, e con violenza. Come il protagonista di questa storia.