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Intervista a Carlo Recagno e Giacomo Pueroni

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Oggi parliamo di fumetti, con due persone che masticano fumetti dalla mattina alla sera, spesso anche di notte. Non è possibile presentare i due baldi giovani che ho deciso di intervistare senza citare le testate per cui lavorano, ossia Martin Mystère e Jonathan Steele, ma nel contempo è improponibile descriverle in due righe.

Perché ho deciso di intervistare proprio loro?

Innanzitutto Carlo Recagno, sceneggiatore di Martin Mystère, e Giacomo Pueroni, disegnatore di Jonathan Steele, sono miei amici. Confesso che ho conosciuto i loro lavori solo dopo aver conosciuto loro, ma mi sono messa in pari, acquistando tutti gli albi del BVZM (buon vecchio zio Marty) scritti da Carlo e molti albi illustrati da Giacomo. All’innanzitutto segue il poi, e il poi dice che, dopo averne seguito i lavori, mi sono resa conto di quanto siano davvero bravi e meritino gloria imperitura… Quindi inizio a parlare di loro proponendo la biografia, copiata supinamente dal sito Bonelli (JS è un ex testata Bonelli rilevata da Star Comics), per evitare di infiorettarla io con particolari ininfluenti.

Carlo Recagno, sceneggiatore

Originario di Casale Monferrato (Alessandria), dove è nato il 7 agosto 1965, ha frequentato la Scuola del Fumetto e ha esordito come sceneggiatore su Martin Mystère. Figura tra gli autori della serie “Storie da Altrove”. Dal 1995, lavora come redattore alla Bonelli.

Giacomo Pueroni, disegnatore

Nato il 6 gennaio 1964 a Torino, vive e lavora a Gorizia, dove si è diplomato presso il locale Istituto d’Arte. Dopo aver lavorato come grafico pubblicitario e illustratore, realizza vignette umoristiche ispirate a “Star Trek” e ad altre serie di fantascienza per le riviste “Inside Star Trek” e “Shadows on the moon”. Nel 1996, entra a far parte dello staff di Zona X, per cui realizza la storia “Cleopatra 2000”, e in seguito di quello di Jonathan Steele.

Intervista

A questo punto passiamo all’intervista vera e propria. Ho posto alcune domande separatamente a Carlo e Giacomo, in seguito li ho invitati a togliersi l’un l’altro un paio di curiosità e, per concludere, ho piazzato delle domande lampo a entrambi. Iniziamo da Carlo Recagno.

Allora Carlo, giacché non ho mai intervistato nessuno, prenderò tempo: qual è la domanda che non ti hanno mai posto e che avresti voluto ti facessero?

Non saprei, dovrei pensarci su. Posso dirti invece quale domanda *spero* non mi venga mai rivolta, e cioè: “Nei fumetti si fanno prima i testi o prima i disegni?”. Questa è una di quelle domande che provengono da chi i fumetti non sa neanche da che parte si guardano. Prova a immaginare un fumetto di cui venissero eseguiti prima i disegni; con l’illustratore, libero di raffigurare quello che più gli passa per la testa, e lo sceneggiatore costretto poi a spremersi nella ricerca di una storia plausibile per giustificare le pagine disegnate… Potrebbe essere interessante come esercizio, ma un pessimo modo di lavorare!

E qual è quella che ti fanno sempre e sei stufo di sentire?

Nel corso della mia carriera sono stato intervistato due volte soltanto, quindi non ce n’è nessuna che risponda a questi requisiti.

Posso citarti una domanda che fanno spesso agli scrittori, e cioè: “Dove vai a prendere le idee?”. È una domanda che presupporrebbe l’esistenza di luoghi dove le idee pascolassero allo stato brado e bastasse solo “catturarle”. In effetti esistono alcuni trucchi per stimolare la creatività.

Uno di questi comporta lo scrivere su pezzetti di carta categorie di personaggi (“Il buono”, “il cattivo”, “la fidanzata”), azioni da compiere (“uccide”, “scappa”) o relazioni interpersonali (“odia”, “ama”), mischiare il tutto in un contenitore, estrarre a caso e vedere se quello che viene fuori può essere utile (“cattivo”+”uccide”+”buono”+”scappa”: può essere una storia, anzi, possono essere centinaia di storie).

Si tratta comunque di metodi da utilizzare solo in casi di acuta disperazione.

La verità è che chi scrive per mestiere le idee le va a prendere esattamente dove può andarle a prendere chiunque, ossia dappertutto.

Dalla vita di tutti i giorni, da libri letti, da film visti, eccetera. A tutti noi, nel corso di una qualsiasi giornata, vengono spunti narrativi di un tipo o di un altro, quando ci lasciamo andare con la fantasia. Per esempio, osserviamo in metropolitana due fidanzati che parlano; non sentiamo quello che si dicono ma è chiaro che stanno litigando. Subito ci chiediamo: perché litigano? Cosa si stanno dicendo? Poi loro scendono (oppure scendiamo noi), e ci chiediamo naturalmente come andrà a finire; faranno pace o si lasceranno? Dopodiché la maggior parte delle persone smette di pensarci, perché ha altre cose da fare, ma lo scrittore no. Lo scrittore continua a far “agire” nella propria testa quelle due persone, facendole diventare suoi personaggi, e cuce attorno a loro una storia.

Spesso ci chiediamo “cosa succederebbe se…”, oppure “come avrei fatto se mi fossi trovato in quella situazione?”, e via di seguito. Per la maggior parte delle persone questi sono pensieri oziosi che poi si abbandonano; chi scrive, invece, questi pensieri oziosi se li annota, li coltiva e li elabora.

Ecco dove si prendono le idee.

Naturalmente alla domanda esiste anche una risposta-battuta che molti autori hanno usato, una volta o l’altra, tra i quali Neil Gaiman: “Sono abbonato a un service che mi invia idee una volta la settimana”.

C’è stato un fumetto che ha fatto scattare in te la voglia di scrivere le avventure del protagonista?

Parecchi, così tanti che non ci provo a elencarli. I primi che mi vengono in mente adesso sono Superman e i Vendicatori. Fuori dai fumetti, mi piacerebbe scrivere Star Trek, o le avventure di Sherlock Holmes. O una nuova serie di Mazinga.

Per diversi anni sono stato anche un fan della soap opera “Sentieri” e non mi spiacerebbe curare la sceneggiatura di qualche puntata.

Se nella realtà potessi essere tale e quale a un personaggio dei fumetti, in tutto e per tutto, chi saresti?

Potendo, Superman.

C’è qualcuno che vorresti ringraziare per quello che sei ora?

In assoluto i miei genitori, per forza di cose. Professionalmente parlando, Alfredo Castelli, che mi ha dato una grande opportunità quindici anni fa, e dal quale ho imparato se non proprio tutto, quasi tutto su come si fanno i fumetti, in particolare su come si gestiscono a livello redazionale.

Cosa faresti se non fossi uno sceneggiatore? So che disegni anche piuttosto bene, pensi che avresti potuto essere un buon disegnatore?

Se non fossi uno sceneggiatore penso che scriverei comunque, in un campo o in un altro, per la televisione, per esempio.

Mi è sempre mancata la necessaria autodisciplina per essere un buon disegnatore; ce ne vuole anche per essere un buon sceneggiatore, ma in quel caso la carenza si maschera meglio.

Nello scrivere la sceneggiatura di un albo quanto tempo, in percentuale, dedichi alla ricerca e alla documentazione?

Difficile quantificare. Ti posso solo dire che il tempo che spendo a documentarmi è di gran lunga superiore a quello che impiego a scrivere materialmente la sceneggiatura. Così come, di tutto il materiale che accumulo per documentarmi, solo un dieci per cento (al massimo) emerge nella storia. La proverbiale punta dell’iceberg…

In alcuni albi scritti da te (per esempio “Storie di Altrove”, dello scorso anno, o il prossimo “Martin Mystère Gigante”) appaiono personaggi somiglianti a persone reali. Come mai hai pensato di inserirli?

In effetti alcuni personaggi sono fisicamente modellati su amici e parenti, e la risposta è semplice: per divertimento e per affetto. (ndr – ci sono anch’io tra questi personaggi, col mio nick name Dashana: vedi “Storie di Altrove” 2004 – La creatura che venne dall’inferno)

Per quanto la lavorazione di Martin Mystère ti prenda molto tempo, so che hai dei progetti collaterali, che periodicamente sei costretto ad abbandonare per seguire il tuo lavoro. Ce ne vuoi parlare?

Giacomo e io abbiamo, in effetti, in sospeso da diversi mesi un progetto su Star Trek, che vorremmo realizzare per lo Star Trek Italian Club. (foto foreverkirk.jpg) Una cosa proprio “da fan”, che entusiasma molto entrambi, e che entrambi purtroppo dobbiamo mettere un coda nelle nostre liste di priorità, per dare la precedenza alle cose che ci permettono di portare a casa la pagnotta. Lo stesso vale per il mio impegno come disegnatore per la Sezione Editoriale dello Stic (per la quale a tutt’oggi ho fatto pochissimo) o per “Alpha Quadrant”, la rivista del club Deep Space One.

Il tuo interesse per la fantascienza e per il fumetto sono nati assieme, sono connaturati in te o si sono sviluppati separatamente?

Devono essere nati assieme, perché la prima volta che sono venuto a contatto con la fantascienza sicuramente è stato grazie a un fumetto. Poi sono arrivate la fantascienza televisiva e quella cinematografica. Non mi considero comunque un “vero” appassionato. A parte Star Trek, di cui sono indubbiamente fan, la mia conoscenza del genere è molto limitata. Così come, per esempio nel poliziesco, sono un appassionato di Sherlock Holmes e di Nero Wolfe ma conosco poco altro.

Ci sono tematiche che vengono espresse meglio nel fumetto e altre meglio nel romanzo (narrativa in genere)?

Non credo. Penso che nel fumetto si possa affrontare qualsiasi tematica, esattamente come nel romanzo. Ci sono però modi di raccontare peculiari ed esclusivi del fumetto, improponibili in altri contesti.

Esempio: una pagina che descrive una scena di distruzione in un fumetto di avventura. Al centro, una panoramica del luogo distrutto; ai lati, varie vignette con i primi piani dei personaggi che assistono con orrore o sgomento. A “leggere” la pagina noi ci mettiamo alcuni istanti; i nostri occhi saltellano da una vignetta all’altra, ma le azioni in esse descritte si svolgono contemporaneamente. La possibilità di mostrare più sequenze simultanee all’interno di una stessa unità narrativa (la pagina) è una delle caratteristiche che appartengono soltanto al fumetto; con il fumetto è possibile gestire il tempo in un modo che né il romanzo né il cinema possono permettersi. Ci sono autori che hanno saputo sfruttare bene questa possibilità di narrare le cose in maniera “non-lineare”, per esempio Alan Moore.

Ti sei mai cimentato in racconti o romanzi? L’inventiva non ti manca e nemmeno la certosina pazienza del ricercatore.

Ho scritto una volta un racconto per un’antologia dedicata a Martin Mystère. È stato una specie di esercizio di stile, in quanto era completamente privo di dialoghi.

Grazie Carlo, ora proseguiamo con Giacomo Pueroni.

Ho chiesto a Carlo qual’è la domanda che gli fanno sempre e che non vorrebbe mai più sentire. Rispondi anche tu.

Quella che mi fanno sempre, e alla quale di rispondere non ne posso proprio più, è: “Ma come fai, scrivi anche le storie o cosa? Come funziona?” Posta più che altro da curiosi, non appassionati di fumetti. Ormai rispondo sempre nella stessa maniera, che nel tempo è diventata una cantilena quasi insopportabile; ma il tono con cui lo faccio, ormai; è sufficiente a far capire che non gradisco la domanda. Infatti non insistono.

Cosa faresti se non fossi un disegnatore?

Risposta buffa: l’intervistatore. Ma solo in maniera professionale (leggi “venendo pagato”). Probabilmente non farei carriera: essendo incapace di tacere, finirei per porre le domande sbagliate alle persone sbagliate. Però sono curioso di natura, e, se incontrassi un fumettista, lo bombarderei di domande.

Risposta seria: pittore, grafico, pilota di auto da corsa, modellista, qualcosa del genere, non saprei. Probabilmente mi ritroverei a fare un lavoro meccanico, operaio o impiegato, e a desiderare qualcosa in più. Meno male che sono un disegnatore. È ciò che riesco a fare meglio.

Come disegnatore di J.Steele segui la sceneggiatura che ti viene mandata: cerchi mai di convincere chi scrive a cambiare qualcosa perché una tua idea, sviluppatasi man mano che disegni, ti pare più appropriata?

La cosa positiva del rapporto di lavoro instaurato con lo sceneggiatore di Jonathan Steele, Federico Memola, è che siamo amici. Quindi ogni tanto succede che chieda la mia opinione su alcuni piccoli dettagli, così come d’altra parte ogni tanto mi consulto con lui per decidere come affrontare qualche scena. In altri casi ho libertà, perciò già così riesco a inserire qualche buona idea. Insomma, il risultato è proprio la somma di due menti pensanti.

Ti sentiresti più appagato se disegnassi su una tua idea?

Ogni tanto lo penso. Ma mi manca l’esperienza del saper scrivere, e so quanto sia importante per realizzare un buon fumetto. Comunque sto imparando, pian piano. È come il problema dello scrittore. Vorresti dire tante cose, ma devi trovare il modo migliore per farlo, quello che riesce a interessare un pubblico. Perché per fare questo mestiere devi confrontarti con i lettori. E riuscire a comunicare nella maniera migliore è difficile.

Eri un bambino prodigio, ossia sin da bambino il tuo talento per il disegno era palpabile?

Oh, sì. Disegnavo ovunque, era quasi destino immaginarmi da grande con una penna in mano. Se non avessi fatto il disegnatore, probabilmente sarei rimasto un grafico, lavoro che ho svolto in passato. O sarei diventato illustratore. La precocità è stata anche un peso, a dire il vero. Tutti si aspettavano qualcosa da me, e la responsabilità era palpabile.

C’è una persona che dovresti ringraziare per essere arrivato dove sei ora?

Quelli che hanno creduto in me fin dal principio, concedendomi il sostegno che mi serviva quando magari mi demoralizzavo. Loro innanzitutto. Non tantissimi, ma quei pochi sono stai importanti.

Poi la gente del mondo del fumetto che mi ha saputo guidare, fornendomi le informazioni e i consigli che mi hanno aiutato a diventare quello che sono: da Antonio Serra, la prima persona dell’ambiente che ha visto le mie tavole, a tutti quelli che, in una forma o l’altra, hanno collaborato con me. E tralascio i nomi, perché sono troppi, e non voglio fare classifiche.

Sono coloro che mi hanno insegnato, per esempio, a cercare i miei errori, anche quando pensavo non ce ne fossero; una tappa importantissima nella formazione personale.

E poi i maestri del passato, quelli che non ho mai conosciuto. Studiare i loro lavori è stato uno stimolo costante, cercare di capire, innanzitutto, come avessero fatto una certa cosa, e poi cercare di scoprire “perché” l’avessero fatta proprio così. Un lungo lavoro d’autodidatta, con maestri inconsapevoli, ma preziosi.

So che come disegnatore non ti limiti a Jonathan Steele, ci vuoi parlare degli altri progetti che segui?

Ci sono cose che faccio e altre che vorrei fare. In teoria non mi pongo limiti, ma bisogna scontrarsi con la realtà del mercato, e le sue leggi, che condizionano non poco le tue aspettative… e poi con il tempo che, per fare tutto quello che si vorrebbe, non basta mai, purtroppo.

Sto seguendo diversi progetti. Uno a carattere nazionale, con Federico Memola, che dovrebbe realizzarsi nei prossimi 12 mesi. E poi il progetto locale dei “Fumatti”, un esperimento di lavoro assieme a due cari amici, Luca Vergerio e Miriam Blasich, su un personaggio nostro, per una serie autoprodotta. Abbiamo presentato a Lucca un primo numero, e contiamo di farne uscire un altro paio l’anno prossimo, magari con l’intervento di qualche eventuale editore. (Foto ANJ2.jpg) È questo un esperimento interessante, in cui scriviamo noi stessi le storie, mettendoci molto di nostro per renderle “umane”, non fredde e impersonali. Niente eroi senza macchia e paura, ma solo gente che affronta l’ignoto. Cerchiamo di miscelare – per quanto possibile – buone storie di Fantascienza e un pò di commedia brillante quando serve. Un esperimento che ci diverte fare.

E poi altre cose, che faccio soprattutto per passione.

Se il BVZM è definito “il detective dell’impossibile”, come è definito Jonathan?

Non saprei cosa rispondere, ma ci provo. Un uomo che cerca di continuare a essere tale, in un mondo nel quale la magia e gli eventi della vita l’hanno messo di fronte a situazioni difficili. Che ha solo se stesso e le sue capacità contro la magia e i sortilegi. Ma il tutto in una serie “corale”, in quanto non è possibile estrapolarlo dalle sue partner femminili, Jasmine e Myriam. La serie è dedicata a loro tre, anche se porta il nome del solo Jonathan. Alla fine credo che siamo un piccolo caso particolare nell’editoria nostrana. Ma è bello essere a bordo, e contribuire a renderli dei personaggi ‘vivi’.

In alcuni albi disegnati da te appaiono personaggi somiglianti a persone reali. Come mai hai pensato di inserirli?

Per il più antico dei motivi. Puro, sano, solare, assoluto, autentico divertimento. Personaggi ispirati ad amici o altre persone vere, oggetti, luoghi, tutte quelle cose che solo tu e pochi altri sanno riconoscere, che non pregiudicano la comprensione della storia, ma le forniscono un “valore aggiunto”. Un marchio di fabbrica, una ciliegina sulla torta. Male non fa… anzi diverte.

Ecco le domande incrociate, solo un paio a testa. Iniziamo dalle domande che Carlo ha posto a Giacomo…

Ti vedi più come autore umoristico e come autore di fumetto d’avventura?

Vedrei bene un misto di entrambe le cose. Non mi piacerebbe un umorismo senza anche un po’ d’avventura.

Che tipo di fumetto realizzeresti se avessi da un editore carta bianca?

Fantascienza. Con storie molto personali. Che in fondo è quello che sto facendo con Anjce, pur senza avere un editore alle spalle. (foto ANJ.jpg)

Ecco le domande di Giacomo a Carlo…

Scriveresti qualcosa che non hai mai tentato di fare prima? Non ne senti mai la voglia? Di violare tutte le regole che hai seguito finora?

Ogni tanto sì, mi piacerebbe cimentarmi in qualcosa di diverso, soprattutto per allontanarmi dalla classica “gabbia” bonelliana di tre strisce per due vignette; mi piacerebbe fare ogni tanto tavole con vignette tutte orizzontali, o tutte verticali. Sul piano del linguaggio e dei tempi narrativi, invece, mi trovo perfettamente a mio agio con le regole che ho seguito finora.

Cosa ti irrita di più nelle critiche e nei giudizi del pubblico? Avendo la possibilità di fare quello che più desideri (che ne so, Sherlock Holmes o Star trek) ti sentiresti con un fardello troppo grosso da maneggiare?

Se avessi l’opportunità di giocare con i miei giocattoli preferiti, penso sarei al massimo della felicità. Non credo che mi sentirei intimidito dal compito; sono abbastanza presuntuoso da ritenermene all’altezza.

Quanto alle critiche, mi irritano se provenienti da persone che leggono gli albi con superficialità e disattenzione, finendo col prendere delle cantonate galattiche.

Vedasi commenti del tipo: “La storia A è chiaramente scritta con passione, mentre non c’è dubbio che la storia B sia stata realizzata svogliatamente”, quando magari è proprio il contrario.

Ci fermiamo qui. Lo so, voi avreste domandato altro e di più, ma non voglio approfittare oltre (per stavolta ^__^) dell’ospitalità di “Terre di confine”. Spero che l’intervista (o pseudo tale) abbia solleticato la curiosità di chi conosce poco questi due fumetti, invogliando a qualche incursione in fumetteria o dal giornalaio.